“Dopo 48 anni di detenzione sono davvero stanco. Meglio la pena di morte. Ho perso tutte le speranze”. È il drammatico appello affidato a una lettera inviata all’associazione Socialismo Diritti Riforme da M.C., 69 anni, detenuto nel carcere di Cagliari-Uta.
L’uomo, difeso dall’avvocata Roberta Cannas, ripercorre nella lettera quasi mezzo secolo di carcere, riconoscendo gli errori commessi ma contestando di essere stato il mandante di un omicidio avvenuto all’Asinara nel 1982. Racconta inoltre la rivolta di Porto Azzurro del 1987, i periodi di semilibertà e permessi premio e una successiva ricaduta nella droga, dalla quale afferma di essersi disintossicato.
Nel 2019 gli è stata respinta la richiesta di libertà condizionale, nonostante, riferisce, il parere positivo della Direzione dell’istituto e del Procuratore generale. Nel 2020 la semilibertà è stata revocata dopo il ritrovamento di un microcellulare senza sim nella sua auto, anche se la posizione è stata successivamente archiviata. Oggi lavora all’interno del carcere grazie all’articolo 21 e chiede un’opportunità di lavoro all’esterno per poter accedere alla libertà condizionale.
“Penso di poter aspirare alla libertà condizionale ma qualcuno deve darmi un lavoro, darmi un aiuto concreto per riscattarmi”, scrive. M.C. racconta di aver presentato due domande di grazia al Presidente della Repubblica e di vivere ormai nella disperazione: “Da un po’ faccio fatica la mattina ad alzarmi dal letto e affrontare un’altra giornata in carcere. La mia vita finora è stata un inferno e sono vinto dalla disperazione”.
Per la presidente di Socialismo Diritti Riforme, Maria Grazia Caligaris, “48 anni di reclusione forse meritano un approfondimento e fanno riflettere sul ruolo della detenzione”. Dopo quasi mezzo secolo di carcere, sottolinea, “occorre forse pensare a un progetto personalizzato e a un affiancamento che possa garantire maggiore efficacia in un percorso di speranza a cui nessuno può sottrarsi”.












