“L’aggressione di ieri alle forze dell’ordine in piazza del Carmine è un fatto grave seguito da una domanda semplice: che città vogliamo vivere e lasciare ai cittadini?
Una città vivibile, sicura o insicura e dal patrimonio danneggiato?
Da ex presidente della Commissione Sicurezza e Patrimonio del Comune di Cagliari, non posso far finta di non vedere ciò che accade soprattutto dinnanzi ad una narrazione più filosofica che concreta: le liti a suon di urla davanti alla stazione ferroviaria sono sotto gli occhi di tutti come chi – mosso da altre problematiche – defeca o abbandona rifiuti ovunque. E paradossalmente davanti a migliaia di telecamere che monitorano la città e che evidentemente non sono abbastanza (o è assente chi deve guardar le immagini).
Di certo, esistono i problemi ma non si vede una sola soluzione.
Basti pensare a Piazza Matteotti che rischia un triste ritorno al passato, tra la conta dei primi danni, fontanella spenta, la resistenza ai bivacchi (documentati però a suon di materassi nel parco del colle San Michele), degrado e presenze legate perlopiù allo spaccio.
Una piazza dovrebbe essere il biglietto da visita della città ma basta poco per diventare teatro quotidiano di tensioni, minacce e violenze. Come l’ennesima che si è appena consumata in piazza Carmine, dove l’olezzo di droga e urina è costante.
Quando una piazza diventa teatro di liti continue e quando compaiono bottiglie spaccate per ferire e coltelli; quando lo spaccio diventa visibile e persino chi deve garantire la sicurezza viene aggredito, non siamo più davanti a una semplice “percezione”. Siamo di fronte a un problema concreto di sicurezza, degrado e vivibilità.
È incomprensibile che strumenti pensati proprio per prevenire queste situazioni siano stati celermente accantonati.
Durante il mio mandato in Commissione lavorammo, insieme a consiglieri attenti e scrupolosi, a un regolamento che dava maggiori strumenti alla Polizia Locale e tutelava piazze, giardini, parchi, aree ospedaliere e altri luoghi sensibili come questura e caserme.
Tra le misure c’erano il contrasto ai bivacchi e all’accattonaggio invasivo, il Daspo urbano e una mappa di 24 “zone rosse”: piazze, stazioni, cimiteri, luoghi di culto, edifici di pregio, ospedali, Questura, caserme e altre aree nelle quali innalzare il livello di attenzione.
Erano strumenti perfetti? No. Ma erano strumenti da potenziare.
E infatti oggi serve fare un passo ulteriore potenziando anche la Polizia Locale.
Non si può pretendere che gli agenti possano intervenire in situazioni sempre più difficili e poi essere lasciati senza adeguati strumenti di tutela.
Occorrono dotazioni anti-aggressione, bodycam e, laddove previsto dalla normativa e dopo adeguata formazione, strumenti come il Taser, oltre a protocolli operativi chiari.
Occorre pur sempre un regolamento del decoro e della sicurezza, con regole precise da osservare. Strumenti basici per far vita a un pronto intervento interforze, rapido, coordinato e realmente efficace: quando una situazione degenera, Polizia Locale, Polizia di Stato, Carabinieri e le altre forze competenti devono poter intervenire con tempestività, coordinamento e ruoli definiti con la supervisione della Prefettura.
Perché la sicurezza urbana si costruisce con prevenzione, regole, controlli, tecnologia, formazione e presenza delle istituzioni. Partendo però dalla casa comunale, da casa nostra, dalla strada, dalla città.
Una città sicura non è una città militarizzata. È una città nella quale il cittadino sa che le regole esistono e che vengono fatte rispettare.
Non è una questione di destra o di sinistra. Di tolleranza o meno. È una questione di rispetto per chi vive, lavora e frequenta Cagliari.
Una piazza non può diventare terra di nessuno. Una stazione non può diventare teatro quotidiano di violenze.
Un parco non può trasformarsi in un dormitorio; lo spaccio non può diventare parte del paesaggio urbano.
Cagliari – è risaputo – merita di più nonostante ci sia chi neghi l’evidenza e menta sapendo di mentire. E chi la amministra deve dimostrarlo non con gli slogan, ma con i fatti.
La domanda, alla fine, è semplice:
Vogliamo davvero aspettare la prossima aggressione, che potrebbe avere esiti ancor più gravi, per accorgerci che il problema esiste?”
Marcello Polastri










