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Dodici ore al Pronto soccorso del Brotzu: l’Odissea non è al cinema

Un ragazzo di 16 anni, una ferita a un dito e una notte intera trascorsa aspettando. Il racconto di un padre che, dopo dodici ore, ha lasciato il Pronto soccorso senza che il figlio fosse stato medicato.

di Valeria Putzolu
16 Agosto 2026
in cagliari, il-diavolo-sulla-sella

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Dodici ore al Pronto soccorso del Brotzu: l’Odissea non è al cinema

“In questo periodo sembra che tutti abbiano qualcosa da dire sull’Odissea. Si discute, si recensisce, si fa critica
cinematografica.
Io un suggerimento ce l’avrei: per qualche ora usciamo dagli schermi.
Perché certe odissee non hanno bisogno del cinema. Basta entrare alle dieci di sera in un Pronto soccorso e vedere a che ora se ne esce.
La nostra comincia con mio figlio. Ha 16 anni e sta svolgendo un percorso di tirocinio formativo. Durante l’attività si procura una
ferita da taglio alla falange superiore del primo dito.

Niente che, almeno inizialmente, faccia pensare a un’odissea
sanitaria. Il taglio viene immediatamente soccorso nella sede del tirocinio. Da lì
viene accompagnato alla guardia medica, dove la ferita viene nuovamente
medicata. Non vengono applicati punti di sutura né cerotti specifici
per l’accostamento dei lembi della ferita. L’indicazione che ci
viene data, in sostanza, è di controllarne l’evoluzione e, qualora la situazione non migliori, rivolgerci all’ospedale.

Passano le ore. La ferita non accenna a chiudersi. Ed è qui che
comincia la seconda parte della nostra odissea.

Recupero mio figlio e, seguendo proprio l’indicazione ricevuta quella mattina, ci dirigiamo al Pronto soccorso dell’ospedale Brotzu di Cagliari. Sono circa le 22.

Entriamo convinti che, trattandosi di una ferita certamente non
gravissima ma comunque aperta da diverse ore, si debba valutare se sia necessario suturarla, medicarla adeguatamente e verificare la copertura
antitetanica.

Comincia invece l’attesa. Prima il triage: quel consulto dal quale
dipende il codice assegnato e, di conseguenza, il girone nel quale
trascorrerai le ore successive.

È giusto che un Pronto soccorso stabilisca delle priorità. Nessuno
pretende che una ferita a un dito passi davanti a un infarto, a un
politrauma o a una persona in pericolo di vita. Il problema comincia quando “non urgente” sembra trasformarsi in “può aspettare indefinitamente”.

Perché mio figlio viene valutato. La ferita c’è. Deve essere
trattata. Deve essere verificata anche la necessità della profilassi antitetanica. Eppure aspettiamo. Un’ora. Poi un’altra. E un’altra ancora. La notte passa”.

Arriva l’alba e padre e figlio sono ancora in attesa: “Le ore scorrono dentro quella particolare dimensione del tempo che conosce bene chi ha trascorso una notte in un Pronto soccorso. Non dormi
davvero. Non mangi. Non sai quando toccherà a te. Non puoi allontanarti perché temi che proprio in quel momento possa arrivare la chiamata che
aspetti da ore.

Guardi tuo figlio di sedici anni, stanco e digiuno, e continui a dirgli di avere pazienza. Aspetti perché sei in un ospedale. Aspetti perché pensi che, prima o poi, qualcuno arriverà. Aspetti soprattutto perché ti fidi dello Stato e del suo servizio sanitario.

Poi arriva l’alba. Alle otto del mattino siamo ancora lì. Dieci ore
dopo il nostro ingresso arriva anche il cambio turno. Nuovo personale, nuova rivalutazione, un altro triage. E noi ancora ad aspettare.
Intorno, persino guardie giurate a presidiare un luogo nel quale la
tensione inevitabilmente cresce insieme alle ore di attesa. E viene
spontaneo domandarsi quanto di quella tensione potrebbe essere evitato se cittadini, pazienti e familiari avessero risposte in tempi almeno
ragionevoli.

Non è una critica a chi deve garantire la sicurezza e neppure al singolo medico o infermiere. È una domanda sul sistema: come siamo arrivati al punto in cui tutto questo viene considerato normale?”.

L’arresa giunge dopo 12 ore: “Siamo andati via. Non perché mio figlio sia stato curato. Ma perché non voglio aspettare
un minuto di più. Ci dirigiamo alla guardia medica del nostro Comune di residenza. Ed è lì che, finalmente, il ragazzo viene nuovamente visitato e assistito.
Ci viene spiegato che ormai è troppo tardi per suturare la ferita: il naturale processo di guarigione è già iniziato e si può intervenire soltanto con gli appositi cerotti di accostamento. Viene verificata la situazione vaccinale e viene effettuata la profilassi antitetanica.
Viene inoltre prescritta una terapia antibiotica e viene aperto
l’infortunio”.

La riflessione del genitore: “Era davvero necessario trascorrere dodici ore in un Pronto soccorso per arrivare a questo? E soprattutto: che cosa sarebbe accaduto se avessimo
continuato ad aspettare?

La parte più inquietante della nostra esperienza arriva quando, tornati a casa, si prova a capire se ciò che è accaduto sia stato soltanto il frutto di una notte particolarmente sfortunata.

Bastano poche ricerche per scoprire che il problema delle lunghe attese al Brotzu e nei Pronto soccorso dell’area cagliaritana viene denunciato da tempo”.

Non solo: “C’è poi un’altra contraddizione sulla quale sarebbe opportuno riflettere. Cagliari e la Sardegna investono, giustamente, sulla propria
vocazione turistica. Promuoviamo il territorio, chiediamo collegamenti
migliori, celebriamo il mare, gli eventi, la cultura, l’accoglienza.

Ma l’accoglienza di una città non si misura soltanto all’aeroporto,
sul lungomare, negli alberghi o nei ristoranti. Si misura anche quando qualcuno sta male.

Un cittadino almeno conosce il territorio, sa a chi rivolgersi, può
cercare un’alternativa. Un turista che si ferisce o si sente male che
cosa fa? La risposta non può essere: speriamo che non gli succeda.

Un territorio che ambisce a essere una destinazione turistica
internazionale deve poter garantire servizi pubblici all’altezza non soltanto ai visitatori, ma prima di tutto ai cittadini che quei servizi finanziano ogni giorno.

Una precisazione è necessaria. Questo racconto non vuole trasformarsi nel processo al medico o all’infermiere di turno.

Quando un sistema costringe un cittadino ad aspettare dieci o dodici ore, probabilmente il problema è molto più grande della persona che quella notte indossa un camice.

Se mancano medici, infermieri e posti letto; se le ambulanze restano ferme; se i Pronto soccorso diventano il punto nel quale confluiscono tutte le inefficienze precedenti della sanità territoriale, mettere
cittadini esasperati e operatori esausti gli uni davanti agli altri
significa soltanto creare una guerra fra persone che, in modi diversi, stanno pagando lo stesso problema.

La responsabilità che va cercata è organizzativa e politica. Perché amministrare significa stabilire priorità. E la sanità pubblica
dovrebbe essere una di quelle sulle quali non è consentito fallire”.
Il malumore è diffuso, “paghiamo imposte e contributi mentre gli stipendi di tante famiglie sono
fermi e il costo della vita continua a pesare. In cambio non chiediamo privilegi. Chiediamo servizi.

Chiediamo che un ragazzo di sedici anni con una ferita possa essere valutato e curato in un tempo compatibile con la situazione clinica.
Chiediamo che un padre non debba scegliere, dopo dodici ore, se continuare ad aspettare oppure portare via suo figlio sperando di trovare assistenza altrove. Chiediamo che “codice a bassa priorità” non diventi sinonimo di abbandono temporale. Chiediamo soprattutto di smettere di abituarci.
Perché il pericolo più grande è proprio questo: trasformare
l’eccezione in normalità. Dieci ore? Normale. Dodici ore? Può capitare. Una notte intera su una sedia? Bisogna avere pazienza. E
lentamente ciò che in un Paese civile dovrebbe provocare indignazione
diventa paesaggio”.
L’Odissea fuori dallo schermo, insomma: “Mentre discutiamo di cinema, recensioni,
interpretazioni e capolavori, forse dovremmo dedicare una piccola parte della nostra capacità critica alle odissee molto meno spettacolari che
si consumano ogni giorno davanti ai nostri occhi.

Non servono effetti speciali. Ci sono un padre e un ragazzo di sedici anni. Una ferita a un dito. Un ingresso alle 22. Una notte intera.
L’alba. Un cambio turno. Un nuovo triage. E, dopo dodici ore, la decisione di andarsene e cercare altrove quella risposta sanitaria che si era andati a chiedere in ospedale.

La nostra storia, fortunatamente, riguarda una ferita che non metteva in pericolo la vita di mio figlio. Ed è proprio questo il punto.

Non dovrebbe essere necessario rischiare la vita per avere diritto a
essere curati in tempi dignitosi.

Raccontare queste esperienze non significa screditare la sanità pubblica. Significa esattamente il contrario: difenderla. Significa pretendere che funzioni, che sia finanziata, organizzata e dotata del personale necessario. Significa difendere chi ci lavora e chi ne ha bisogno.

E significa rifiutare quell’assuefazione per cui tutto accade, tutti lo sanno, tutti se ne lamentano e il giorno dopo ricominciamo come se nulla fosse. Finché l’odissea non tocca a noi.
A quel punto scopriamo improvvisamente che dodici ore sono dodici ore.
Che dietro un numero c’è una persona. E che dietro ogni persona che aspetta c’è un diritto che non dovrebbe essere lasciato, insieme a lei, in sala d’attesa”.

Tags: Cagliari
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