“È ora che qualcuno si lavi la coscienza e inizi a parlare. Se sapete qualcosa avanti, è il momento”. È il nuovo appello lanciato da Luciana Cogoni, moglie di Licurgo Floris, l’uomo condannato per la violenza e l’omicidio di Gisella Orrù e morto suicida in carcere. La donna da tempo chiede la riapertura del caso e nuovi accertamenti per fare piena luce sulla vicenda.
A sostenere la sua battaglia c’è anche Tom Sèlleck, che con uno pseudonimo continua a rilanciare sui social la richiesta di riaprire le indagini. “Abituatevi a questo volto, perché lo vedrete ogni giorno nella mia pagina”, ha scritto, annunciando la volontà di continuare a parlare del caso e postando la foto di Gisella.
“Chi mi conosce, chi mi segue, chi ha a cuore questa vicenda sa perché sto facendo tutto questo. Ci sono però persone che sembrano infastidite dal fatto che se ne parli, ma il capitolo non è chiuso: la verità deve essere ancora scoperta”, ha aggiunto Sèlleck, replicando a chi invita a non riaprire una vicenda giudiziaria ormai risalente nel tempo.
Luciana Cogoni sostiene da sempre l’innocenza del marito e chiede nuovi esami scientifici. “Mio marito Licurgo Floris è morto gridando la sua innocenza. Non è stato lui a uccidere Gisella Orrù: dopo quasi quarant’anni serve ancora una verità piena e definitiva”, ha dichiarato.
La richiesta è quella di procedere con la riesumazione dei resti della vittima, effettuare nuove analisi del Dna e verificare la possibilità di una riapertura del processo. Secondo Cogoni, le nuove tecnologie oggi disponibili potrebbero consentire accertamenti che all’epoca non erano possibili.
Il caso risale al 1989, quando Gisella Orrù, studentessa di Carbonia, venne uccisa dopo una violenza. Per il delitto fu condannato Licurgo Floris, che ha sempre negato ogni responsabilità e si è tolto la vita durante la detenzione. La moglie continua a contestare la ricostruzione giudiziaria e chiede che vengano effettuate nuove verifiche per arrivare a una risposta definitiva sulla morte della giovane.













