Coronavirus, “ricoveriamo i pazienti stabilizzati nelle case di cura sarde: ci sono mille operatori”

I letti delle strutture sanitarie private utilizzate per i malati che non possono ancora tornare a casa: “Sono fondamentali per gestire la situazione di crisi degli ospedali”


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Le case di cura private della Sardegna? Da “riconvertire” e trasformare, in questo periodo di emergenza Coronavirus, in ricoveri per tutte quelle persone che sono state contagiate  ma sono ormai “stabilizzate” e per chi si trova ricoverato negli ospedali con altre patologie. A proporlo all’assessore regionale della Sanità e al direttore generale dell’assessorato è la Uil Fpl, attraverso la sua segreteria regionale Fulvia Murru e il suo segretario territoriale Guido Sarritzu: “L’attuale contesto emergenziale Covid-19 pone le strutture sanitarie private accreditate in una situazione di gravissima crisi. Le case di cura, parte integrante del Servizio sanitario nazionale, assicurano prestazioni senza le quali la sanità pubblica non potrebbe assicurare il servizio universale a tutti i cittadini”. E, visto che c’è una circolare del ministero della Salute che definisce “le linee guida per la rimodulazione dell’attività sanitaria programmata differibile, specificando che devono essere erogate soltanto le prestazioni non procrastinabili e ribadendo la necessità di ridurre l’attività nelle case di cura, prevalentemente per i pazienti chirurgici”, i due sindacalisti suggeriscono di utilizzarle anche perché ci sono  “circa 1000 operatori sanitari, con grande esperienza e professionalità, per i quali si andrà ad attivare la procedura per l’accesso al fondo di integrazione salariale”. 
“Al fine di evitare l’attivazione delle procedure per l’accesso al fondo di integrazione salariale e la crisi delle aziende,  consapevoli dell’importanza che l’ospedalità privata rappresenta per il sistema regionale sanitario”, Murru e Sarritzu propongono di erogare i fondi già sbloccati dalla Regione per le case si riposo “in dodicesimi, per permettere alle case di cura di poter contare sul flusso di cassa mensile, che assicurerebbe sia il pagamento degli stipendi ai lavoratori e dei fornitori, evitando il ricorso a misure di sostegno al reddito”. E le stesse strutture, quindi, “potrebbero ospitare pazienti no Covid-19 stabilizzati, attualmente ricoverati presso gli ospedali pubblici in condizioni cliniche tali da non poter ancora rientrare al proprio domicilio”. 


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