“Carcere di Uta, ancora un suicidio: un detenuto di 40 anni si toglie la vita, non ci sono parole”

La denuncia dell’associazione Sdr: ““Si è tolto la vita impiccandosi con una coperta intorno al collo nella cella che condivideva con due compagni. Quando i Sanitari del 118 sono intervenuti, allertati dagli Agenti della Polizia Penitenziaria, hanno a lungo tentato invano di rianimarlo”

“Si è tolto la vita impiccandosi con una coperta intorno al collo nella cella che condivideva con due compagni. Quando i Sanitari del 118 sono intervenuti, allertati dagli Agenti della Polizia Penitenziaria, hanno a lungo tentato invano di rianimarlo. D. M. 40 anni ha cessato di vivere. La Casa Circondariale di Cagliari-Uta registra, in poco più di 15 giorni, un altro suicidio. Non ci sono parole per questa nuova tragedia”. Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, avendo appreso del suicidio in carcere, la notte scorsa, di un giovane detenuto senegalese. Sulla vicenda è stata aperta un’indagine dalla Magistratura.
“Le condizioni di vita in una struttura penitenziaria dove la presenza dei detenuti supera la capienza regolamentare e dove per contro sono carenti gli Agenti della Polizia Penitenziaria e i Sanitari – sottolinea Caligaris – non può lasciare indifferenti. Il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria devono intervenire per scongiurare episodi tragici di autolesionismo con programmi specifici. Non si può pensare che pochi Agenti possano fare miracoli”.
“Non conosciamo le ragioni che hanno spinto il giovane detenuto straniero a togliersi la vita. Abbiamo però la certezza – ricorda la presidente di SDR – che la pena detentiva è destabilizzante e può generare momenti di grave sconforto. Dietro le sbarre ci sono persone con situazioni umane e familiari difficili, molte con problematiche psichiche per le quali il sentimento di solitudine può generare crisi profonde irreversibili. C’è sofferenza e troppo tempo per pensare mentre scarseggia il lavoro e l’impiego utile della giornata”.
“In queste circostanze prevalgono sempre il dolore e lo sgomento ma – conclude Caligaris – le Istituzioni non possono non registrare l’ennesimo fallimento specialmente quando le persone ristrette hanno ancora maggiori difficoltà non potendo spesso neppure esprimersi compiutamente non conoscendo appieno la lingua italiana. Il sistema carcerario va rivisto e la pena detentiva deve essere davvero l’extrema ratio e diventare strumento di riabilitazione e non, come talvolta accade, luogo di espiazione senza speranza”.



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