La Sardegna affoga nella plastica: centri di stoccaggio che si riempiono, ritiri rallentati, Comuni che rischiano di non poter più raccogliere la plastica e soluzioni temporanee che nella migliore delle ipotesi permettono di guadagnare qualche settimana. L’incontro di ieri tra l’assessora regionale della Difesa dell’Ambiente Rosanna Laconi e i sindaci ha restituito l’immagine di un sistema arrivato al limite, Cristiana Cacciapaglia e Danilo Lampis, portavoce di Sardegna chiama Sardegna: Le cause vanno certamente ben oltre i confini della Sardegna, il mercato europeo del riciclo è in difficoltà, la plastica riciclata fatica a competere con quella vergine a basso costo e il meccanismo dei ritiri COREPLA si è inceppato. Ma è una crisi esterna che sta facendo emergere tutte le debolezze del sistema sardo dei rifiuti.
Non è accettabile che la risposta della Regione sia scaricare l’emergenza sui Comuni. Chiedere ai singoli sindaci di individuare siti di stoccaggio attraverso ordinanze contingibili e urgenti significa trasferire su di loro responsabilità politiche, amministrative, giuridiche e potenzialmente penali in materia ambientale, sanitaria e di sicurezza antincendio.
Su questo stiamo con i sindaci e con ANCI Sardegna: un’emergenza che riguarda l’intero sistema regionale non può essere affrontata attraverso 377 provvedimenti comunali. Serve un atto regionale, anche attraverso gli strumenti previsti dall’articolo 191 del D.Lgs. 152/2006, e una rete di piattaforme sovracomunali, con procedure, requisiti e responsabilità definiti in maniera uniforme. È quanto ANCI ha formalmente chiesto oggi alla Regione.
Ma la Regione non può cavarsela spostando le balle di plastica da un piazzale all’altro. Le nuove aree di stoccaggio tamponano la crisi per qualche settimana, non oltre. Nel frattempo non c’è traccia di un piano che dica cosa succede dopo, quando lo spazio disponibile sarà di nuovo esaurito.
C’è poi una domanda che la crisi di questi giorni rende urgente: che senso ha vantare percentuali elevate di raccolta differenziata se poi non abbiamo costruito una filiera capace di trasformare in Sardegna una parte significativa di quella materia? Raccogliamo la plastica nei nostri paesi, la selezioniamo, la pressiamo e poi dipendiamo dalla possibilità di portarla fuori dall’Isola perché venga davvero riciclata. Quando quel meccanismo si ferma, come sta accadendo ora, bastano poche settimane perché l’intero sistema vada in sofferenza. È una dipendenza da cui dobbiamo progressivamente uscire”.
Per questo a Regione e Governo viene chiesto di più delle sole misure emergenziali: “Una governance regionale unitaria del ciclo dei rifiuti, superando la frammentazione delle procedure oggi scaricate sui 377 Comuni e affrontando finalmente il nodo dell’Ente Territorialmente Competente, con la Regione che assume un ruolo diretto di governo e coordinamento, liberando i Comuni da validazioni dei PEF e costi amministrativi che possono essere gestiti a un livello territoriale adeguato.
Un vero Piano regionale di gestione dei rifiuti, che programmi il sistema nel medio-lungo periodo partendo dalla riduzione dei rifiuti a monte. Servono obiettivi vincolanti di riduzione della plastica monouso, sostegno alla vendita di prodotti sfusi, sistemi di vuoto a rendere e riuso, insieme a politiche che rendano queste alternative realmente accessibili e convenienti. Anche le nostre scelte di consumo possono contribuire a orientare il mercato, ma cittadini e cittadine devono essere messi nelle condizioni di scegliere prodotti con meno imballaggi e realmente riutilizzabili. Solo dopo vengono il recupero di materia, il riciclo e la programmazione del fabbisogno impiantistico dell’Isola.
Investimento pubblico per chiudere quanto più possibile la filiera del riciclo in Sardegna, costruendo la capacità industriale di selezionare, recuperare e trasformare qui il materiale raccolto invece di continuare a spedire balle di plastica pressata in continente: significa ridurre la dipendenza dall’esterno e trattenere nell’Isola valore, investimenti e lavoro.
Pressione del Governo in sede europea per intervenire sulle distorsioni prodotte dalla plastica vergine a basso costo e introdurre quote crescenti e vincolanti di materiale riciclato negli imballaggi della grande distribuzione, garantendo uno sbocco stabile alla materia recuperata dalla filiera sarda ed europea.
Trasparenza sui dati della frazione secca residua, che rischia di essere la prossima emergenza: la Regione renda pubblici quantità conferite, capacità degli impianti e previsioni dei flussi, prima che le criticità si traducano in nuovi blocchi della raccolta.
Un piano per sostenere i servizi dei territori sotto la pressione dei flussi turistici, aprendo una discussione sulla fiscalità turistica di scopo e sulla destinazione delle risorse al potenziamento delle infrastrutture ambientali. Non si può continuare a misurare il successo della stagione solo attraverso arrivi e presenze, ignorando l’impatto che la popolazione stagionale produce sul ciclo dei rifiuti, sul sistema idrico, sulla sanità e sugli altri servizi pubblici.
La crisi italiana del mercato della plastica spiega perché il sistema sia entrato in sofferenza, ma non spiega perché la Sardegna si sia fatta trovare così fragile. La Regione deve pretendere dal Governo e dall’Europa interventi sul mercato della plastica e sui ritiri, ma deve anche assumersi la responsabilità di costruire una politica sarda dei rifiuti capace di programmare, governare la filiera e ridurre la dipendenza dall’esterno.
I sindaci non possono essere chiamati soltanto quando bisogna trovare in fretta un piazzale dove accumulare ciò che il sistema non riesce più a gestire. E i cittadini non possono essere invitati per anni a differenziare correttamente i propri rifiuti per poi scoprire, alla prima crisi del mercato, che manca la capacità di governare ciò che hanno differenziato.
Lo stoccaggio può darci qualche settimana: la Regione la usi per uscire dall’emergenza. Ma questa crisi deve servire soprattutto a cambiare modello, con meno dipendenza dall’esterno, più capacità pubblica di programmazione e una filiera del riciclo che produca in Sardegna valore, lavoro e nuova materia”.










