Primo dato: non è sola. E, adesso che sa di non esserlo più, vuole andare fino in fondo. Forte dell’aiuto di alcune persone che la stanno supportando e inevitabilmente attenta agli sviluppi del caso scuola Garlasco. “Mio marito Licurgo Floris è morto gridando la sua innocenza. Non è stato lui a uccidere Gisella Orrù: dopo quasi quarant’anni serve ancora una verità piena e definitiva. Contro di lui zero prove”, dice a casteddu online Luciana Cogoni, moglie dell’uomo condannato per l’omicidio della studentessa di Carbonia, che torna a chiedere la riapertura del caso.
Luciana non fa sconti e non intende arretrare di un millimetro: “Voglio che vengano riesumati i resti della povera Gisella, che venga compiuto l’esame del dna per trovare chi ha abusato di lei per poi arrivare alla riapertura del processo. Non mi fermerò: oggi ci sono nuove tecnologie che all’epoca non esistevano, e voglio che alla memoria di mio marito venga restituita la dignità che merita”.
Anche oggi, però, qualcuno tenta di frenare, come allora: “Non è che sia cambiato molto, alcuni chiedono perché riaprire un caso così vecchio, ma io so che devo farlo e che è giusto così, forse c’è ancora qualcuno che non vuole che la verità emerga. Ma io non mi fermerò: è la prima volta che trovo qualcuno disposto ad aiutarmi, non era mai successo. Organizzeremo una petizione e poi vedremo come muoverci”, spiega.
La vicenda risale al luglio del 1989, quando il corpo di Gisella Orrù venne trovato in fondo a un pozzo dieci giorni dopo la sua scomparsa. La giovane era stata uccisa con una coltellata al cuore dopo una violenza. Per quel delitto Floris è stato condannato a 30 anni di carcere, una sentenza che l’uomo non ha mai accettato e contro la quale ha continuato a proclamarsi innocente fino alla morte.
Secondo Luciana il processo sarebbe stato incomprensibilmente condizionato dalla testimonianza di Tore Pirosu, la persona che indicò Floris come uno dei responsabili e che ottenne uno sconto di pena. “La sua versione, nonostante le tante contraddizioni, è diventata la verità ufficiale – sostiene – ma dopo la condanna è uscito dal carcere ed è sparito. Bisogna capire dove sia e verificare ogni elemento. Perché gli hanno creduto?”.
La moglie di Floris, che all’epoca aveva 38 anni, non ha mai abbandonato la ricerca di nuovi elementi per arrivare alla revisione del processo. Ha portato avanti appelli pubblici, interviste e indagini private, convinta che possano esistere aspetti della vicenda ancora da chiarire, ma solo ora può contare sul supporto della rete che si sta formando.
“Ho sempre creduto nell’innocenza di mio marito – racconta – e dopo la sua morte speravo che qualcuno trovasse il coraggio di parlare. In tanti anni ho ricevuto solidarietà, ma il silenzio e l’omertà hanno prevalso. Chi conosceva la verità è rimasto fermo”.
Floris si tolse la vita mentre stava scontando la condanna. “Fino a quel momento aveva continuato a ripetere di essere innocente – ricorda Cogoni – poi non ha retto quando seppe del possibile trasferimento da Cagliari a un carcere della Toscana”.
Rimasta sola con quattro figli e il dolore per la perdita del marito, Luciana Cogoni ha continuato la sua battaglia. Oggi chiede che il caso venga riesaminato anche alla luce dei progressi della tecnologia e delle nuove possibilità investigative.












