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Dramma sanità a Cagliari, il racconto di una dottoressa: “Sempre meno medicina e sempre più gestione della sofferenza sociale”

Il racconto di una dottoressa del pronto soccorso del Santissima Trinità: "Nessun posto letto disponibile, in pratica il pronto soccorso è diventato un reparto. 30 pazienti in attesa di essere visitati, ma non per colpa di chi sta correndo qui dentro senza fermarsi nemmeno per bere".

di Valeria Putzolu
26 Maggio 2026
in cagliari, il-diavolo-sulla-sella

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Dramma sanità a Cagliari, il racconto di una dottoressa: “Sempre meno medicina e sempre più gestione della sofferenza sociale”
Sono gli eroi che combattono per salvare vite umane, sono medici, operatori sanitari stremati dalla mole di lavoro, vittime anche loro di un sistema che proprio non va.
Il racconto di “un qualsiasi turno notturno, in un giorno qualsiasi” è affidato ai social da parte di un medico che descrive cosa vivono, vedono, percepiscono i camici bianchi: “Alle venti in punto entro in Pronto Soccorso con il caffè ancora troppo caldo in mano e il monitor del triage che segna trenta pazienti presenti.
Trenta.
Per chi non ci lavora sembrano pochi. Per noi significa già equilibrio precario. Basta poco perché tutto collassi.
Otto pazienti sono in boarding da ore. Nessun posto letto disponibile nei reparti. Medicina piena. Geriatria piena. Osservazione Breve piena. In pratica il Pronto Soccorso è diventato un reparto.
In Osservazione Breve Intensiva ci sono quattro pazienti.
Uno isolato per sospetta tubercolosi, tosse incessante e mascherina chirurgica che non basta a tranquillizzare nessuno.
Un’altro isolato per Clostridium difficile, diarrea continua, odore acre di candeggina e disinfettante che impregna il corridoio.
Ogni ingresso in quelle stanze richiede vestizioni, svestizioni, attenzioni continue. Tempo. Energie. Personale che non abbiamo.
Ho quarantotto anni e faccio questo lavoro da tanto ormai.
E nonostante tutto mi piace ancora.
Mi piace quando riesco a togliere dolore a qualcuno. Quando una terapia funziona. Quando un paziente spaventato si calma semplicemente perché capisce che qualcuno lo sta ascoltando davvero.
Il problema è che ormai facciamo sempre meno medicina e sempre più gestione della sofferenza sociale.
Appoggio la borsa nello stanzino medico mentre l’infermiera di triage, mi guarda già stanca.
«Stanno arrivando altri tre col 118.»
«Che abbiamo?»
«Un tossicodipendente agitato, un senza tetto con febbre e una signora dispnoica da giorni.»
Annuisco senza nemmeno stupirmi.
La verità è che il Pronto Soccorso ormai raccoglie tutto quello che il territorio non riesce più a contenere. Solitudine, dipendenze, povertà, anziani abbandonati, disturbi psichiatrici, famiglie esauste. Noi siamo l’ultima porta aperta.
Nel corridoio un ragazzo magrissimo impreca contro qualcuno che probabilmente vede solo lui. Pupille enormi, braccia devastate dalle iniezioni.
Accanto, una donna di ottant’anni aspetta da ore su una barella con la coperta sulle gambe e gli occhi persi nel vuoto.
Un uomo mi blocca quasi subito.
«Dottoressa, mia madre aspetta da cinque ore! È vergognoso!»
Lo guardo e per un attimo vorrei dirgli la verità.
Che ha ragione.
Che è vergognoso davvero.
Ma non per colpa di chi sta correndo qui dentro senza fermarsi nemmeno per bere.
È vergognoso che una persona anziana debba arrivare in Pronto Soccorso per mancanza di assistenza fuori.
È vergognoso che il territorio scarichi tutto qui dentro e poi faccia finta di niente.
Alle ventidue il sistema informatico si blocca.
Di nuovo.
Lo schermo si congela mentre sto prescrivendo una terapia antibiotica. Poi compare quella rotellina che gira lentamente come se volesse umiliarci.
«No, ti prego…»
Crash completo.
Per qualche secondo in reparto cala un silenzio irreale. Poi partono le imprecazioni.
Torniamo alla carta. Stampanti che non funzionano. Codici scritti a mano. Richieste telefoniche ai laboratori come vent’anni fa.
Una specializzanda mi guarda sconvolta.
«Ma succede spesso?»
Sorrido amaramente.
«Abbastanza da non sorprenderci più.»
A mezzanotte arriva il senza tetto.
Ha una barba sporca, mani viola dal freddo e una polmonite evidente anche prima della lastra.
Mentre lo visito sento addosso l’odore della strada, dell’umidità, della vita consumata male.
«Ha mangiato oggi?»
Scuote la testa.
Gli sistemo meglio la coperta termica e provo quella sensazione che conosco troppo bene: la consapevolezza che sto curando molto più della febbre.
Sto curando l’abbandono.
La notte prosegue senza tregua.
Dolori toracici.
Crisi d’astinenza.
Tentativi di suicidio.
Insufficienze respiratorie.
Anziani confusi.
Gente arrabbiata.
Sempre più arrabbiata.
Perché chi arriva qui spesso arriva dopo giorni di dolore, telefonate inutili, visite impossibili da prenotare, servizi assenti. E noi diventiamo il bersaglio finale di tutta quella frustrazione.
Alle tre del mattino mi siedo cinque minuti nella saletta medici.
Fuori continuano i monitor, i passi veloci, le chiamate del triage.
Guardo il distributore automatico e penso alle riunioni della direzione.
“Bisogna ottimizzare i flussi.”
Flussi.
Una parola elegante per descrivere esseri umani parcheggiati su barelle da venti ore.
Nessuno che venga davvero qui dentro alle quattro del mattino a vedere cosa significa lavorare così. Nessuno che senta l’odore acre del sovraffollamento, della candeggina usata per le stanze d’isolamento, il rumore continuo, la stanchezza che ti entra nelle ossa.
Alle cinque arriva lei.
Ottantasei anni. Terzo accesso in una settimana.
«Come mai è tornata?»
Mi guarda in silenzio per qualche secondo.
Poi dice piano:
«Perché a casa ho paura.»
Resto zitta.
Fuori dall’ambulatorio un paziente urla contro un infermiere. Una barella cigola nel corridoio. Il monitor multiparametrico suona senza sosta.
Ma il centro della notte, in quel momento, è solo quella frase.
“Perché a casa ho paura.”
Ed è lì che capisco ancora una volta quanto il nostro lavoro ormai sia diventato qualcosa di diverso dalla sola medicina d’urgenza.
Noi siamo diventati il punto in cui finiscono tutte le crepe della società.
Alle otto del mattino consegno il reparto al collega del turno successivo.
Trenta pazienti sono diventati trentacinque. I boarding sono ancora lì. Nessun posto letto si è liberato.
Esco dall’ospedale distrutta.
Mi fanno male la schiena, gli occhi, perfino i pensieri.
Eppure so già che tornerò.
Perché nonostante tutto questo lavoro lo amo ancora.
Amo l’idea ostinata di esserci per qualcuno nel momento peggiore della sua vita.
Anche quando il sistema sembra aver smesso da tempo di esserci per noi”.
Tags: Cagliari
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