Tre giorni da un pronto soccorso all’altro dopo un incidente domestico: odissea sanitaria per una 19enne di Guspini, senza medico di base, che ha viaggiato da San Gavino al Brotzu per poi tentare nuovamente al Nostra Signora di Bonaria. “Non riguarda solo la mia storia, ma quella di tantissime persone che, come me, si ritrovano in un sistema che non riesce più a garantire un’assistenza minima e tempestiva”. L’ennesima testimonianza di chi deve fare i conti con un sistema in forte difficoltà quella della giovane Roberta che ha deciso di raccontare quanto accaduto: “Quello che ho vissuto in questi giorni, purtroppo, non è un singolo episodio sfortunato, ma la dimostrazione di un sistema sanitario ormai allo stremo, incapace di garantire assistenza tempestiva nemmeno nei casi non differibili.
A causa di un incidente domestico e dell’assenza del mio medico di base, mi sono trovata costretta a cercare cure direttamente in pronto soccorso. Il mio percorso è iniziato all’ospedale di San Gavino Monreale, dove ho effettuato l’accettazione e mi sono seduta in sala d’attesa. Ho scoperto subito che davanti a me c’erano decine di pazienti e che continuavano ad arrivare codici rossi, inevitabilmente prioritari. Dopo molte ore in attesa, senza alcuna prospettiva di visita, ho dovuto rinunciare e andare via: era evidente che il reparto fosse al collasso.
Il giorno seguente ho deciso di rivolgermi al Brotzu di Cagliari, sperando in una situazione migliore. Sono rimasta lì nove ore, convinta che il mio turno stesse finalmente arrivando. In realtà sono stata chiamata solo per una “rivalutazione” e non per essere visitata. In quell’occasione mi è stato comunicato che il medico necessario per il mio caso non era presente in quel momento e che, in attesa, c’erano più di cinquanta persone. L’infermiera del triage, con sincerità ma anche con una certa rassegnazione, mi ha consigliato di tornare a casa per riposare o di provare in un altro ospedale. È stato sconfortante rendermi conto che, dopo nove ore trascorse seduta in una sala d’attesa affollata e senza alcun aggiornamento, mi venisse suggerito di rinunciare del tutto.
Mi è stato quindi indicato di provare al Policlinico di Monserrato, dove mi è stato riferito ci fossero in attesa soltanto dodici persone. La realtà però sembra ben diversa: conosco personalmente un anziano arrivato lì in ambulanza e registrato con codice verde “per avere priorità di vista”, al quale è stato comunicato che l’attesa prevista sarebbe stata di due giorni”.
Non è finita qui: “Il terzo giorno ho deciso, con molta frustrazione, di tornare al pronto soccorso di San Gavino Monreale. Dopo quasi sei ore, sono finalmente stata visitata. Tuttavia, ciò che è accaduto durante la visita mi ha lasciata ancora più amareggiata” racconta Roberta.
“La dottoressa che mi ha preso in carico ha scelto di soffermarsi non sul problema per cui mi trovavo lì, ma sull’aspetto dei miei peli sulle gambe, facendo commenti fuori luogo e inappropriati. In un momento in cui mi aspettavo professionalità, ascolto e attenzione, mi sono ritrovata invece giudicata per un dettaglio assolutamente irrilevante”.
Una frase detta forse per smorzare la tensione dettata dal drammatico periodo che si vive tra le corsie degli ospedali e le sale d’attesa di chi ha bisogno di cure, non colta con trasporto dalla giovane paziente. “È stato un atteggiamento che mi ha profondamente umiliata e che ritengo gravemente inadeguato a un ruolo così delicato.
Racconto tutto questo non per lamentarmi come caso isolato, ma perché sono convinta che queste situazioni siano diventate purtroppo quotidiane per molti cittadini sardi. Le liste d’attesa interminabili, la mancanza di personale, la disorganizzazione e persino episodi di scarsa professionalità minano non solo il diritto alla salute, ma anche la dignità delle persone che si rivolgono a una struttura ospedaliera già in condizioni di fragilità”.
A causa di un incidente domestico e dell’assenza del mio medico di base, mi sono trovata costretta a cercare cure direttamente in pronto soccorso. Il mio percorso è iniziato all’ospedale di San Gavino Monreale, dove ho effettuato l’accettazione e mi sono seduta in sala d’attesa. Ho scoperto subito che davanti a me c’erano decine di pazienti e che continuavano ad arrivare codici rossi, inevitabilmente prioritari. Dopo molte ore in attesa, senza alcuna prospettiva di visita, ho dovuto rinunciare e andare via: era evidente che il reparto fosse al collasso.
Il giorno seguente ho deciso di rivolgermi al Brotzu di Cagliari, sperando in una situazione migliore. Sono rimasta lì nove ore, convinta che il mio turno stesse finalmente arrivando. In realtà sono stata chiamata solo per una “rivalutazione” e non per essere visitata. In quell’occasione mi è stato comunicato che il medico necessario per il mio caso non era presente in quel momento e che, in attesa, c’erano più di cinquanta persone. L’infermiera del triage, con sincerità ma anche con una certa rassegnazione, mi ha consigliato di tornare a casa per riposare o di provare in un altro ospedale. È stato sconfortante rendermi conto che, dopo nove ore trascorse seduta in una sala d’attesa affollata e senza alcun aggiornamento, mi venisse suggerito di rinunciare del tutto.
Mi è stato quindi indicato di provare al Policlinico di Monserrato, dove mi è stato riferito ci fossero in attesa soltanto dodici persone. La realtà però sembra ben diversa: conosco personalmente un anziano arrivato lì in ambulanza e registrato con codice verde “per avere priorità di vista”, al quale è stato comunicato che l’attesa prevista sarebbe stata di due giorni”.
Non è finita qui: “Il terzo giorno ho deciso, con molta frustrazione, di tornare al pronto soccorso di San Gavino Monreale. Dopo quasi sei ore, sono finalmente stata visitata. Tuttavia, ciò che è accaduto durante la visita mi ha lasciata ancora più amareggiata” racconta Roberta.
“La dottoressa che mi ha preso in carico ha scelto di soffermarsi non sul problema per cui mi trovavo lì, ma sull’aspetto dei miei peli sulle gambe, facendo commenti fuori luogo e inappropriati. In un momento in cui mi aspettavo professionalità, ascolto e attenzione, mi sono ritrovata invece giudicata per un dettaglio assolutamente irrilevante”.
Una frase detta forse per smorzare la tensione dettata dal drammatico periodo che si vive tra le corsie degli ospedali e le sale d’attesa di chi ha bisogno di cure, non colta con trasporto dalla giovane paziente. “È stato un atteggiamento che mi ha profondamente umiliata e che ritengo gravemente inadeguato a un ruolo così delicato.
Racconto tutto questo non per lamentarmi come caso isolato, ma perché sono convinta che queste situazioni siano diventate purtroppo quotidiane per molti cittadini sardi. Le liste d’attesa interminabili, la mancanza di personale, la disorganizzazione e persino episodi di scarsa professionalità minano non solo il diritto alla salute, ma anche la dignità delle persone che si rivolgono a una struttura ospedaliera già in condizioni di fragilità”.











