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Radio Zampetta Sarda, “Attraverso i nostri occhi” con Caterina Murino

Dal 24 al 30 luglio 2024 Caterina Murino ha deciso di varcare quel silenzio, sette giorni lungo le strade dell’isola con il marito Edouard, Fabrizio e Alessandra, per mappare la geografia del randagismo nei suoi presidi più estremi. Oltre 2.000 chilometri percorsi per raggiungere 35 rifugi tra canili/ gattili e realtà di volontariato in 23 comuni sardi

di Manuela Scalas
10 Maggio 2026
in sardegna, zampettasarda.it - sos animali

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Radio Zampetta Sarda, “Attraverso i nostri occhi” con Caterina Murino

Radio Zampetta Sarda, “Attraverso i nostri occhi” con Caterina Murino. C’è un silenzio che non si racconta, è quello che ristagna nei box d’estate, quando la lamiera diventa fornace e l’unico suono è l’affanno di chi non ha scelto quella reclusione. È quello che gela d’inverno, quando l’umido si insinua nelle ossa e una coperta asciutta è un privilegio. Dal 24 al 30 luglio 2024 Caterina Murino ha deciso di varcare quel silenzio, sette giorni lungo le strade dell’isola con il marito Edouard, Fabrizio e Alessandra, per mappare la geografia del randagismo nei suoi presidi più estremi. Oltre 2.000 chilometri percorsi per raggiungere 35 rifugi tra canili/ gattili e realtà di volontariato in 23 comuni sardi. Tremila chilogrammi di crocchette distribuiti, per cani e gatti vittima del randagismo, oltre 4.800 creature censite, una ad una, non un computo ma una testimonianza. La prova tangibile di un’emergenza che le istituzioni continuano a relegare nell’ombra. Nasce da un’intuizione che diventa itinerario e l’ itinerario si fa docu-film ideato da Caterina Murino per la regia di Marco Marras, con il corpus fotografico di Alessandra Cossu e le riprese video di Fabrizio Pinna, la produzione di The Donkey Production, presentato l’otto e il nove maggio 2026 al Riviera International Film Festival, distribuito da Rai Documentari, approderà su Rai Tre il 17 maggio alle 13. Due progetti che fondono indagine territoriale e istanza civile, la mostra fotografica di quaranta fotogrammi in bianco e nero di Alessandra Cossu con mostre a Cagliari, Arzachena, Venezia/Mestre, e si prepara nel 2026 a Carloforte e a Oristano e il documentario di Marco Marras, riprese di Fabrizio Pinna: 52’ di film documentario a colori che non invocano commiserazione ma esigono “assunzione di responsabilità.” In ogni tappa, la medesima liturgia, volontari che anticipano l’alba perché qualcuno deve disinfettare, medicare e nutrire, che sopperiscono di tasca propria al farmaco salvavita, alla sterilizzazione indifferibile, alla scorta di mangime quando le dispense sono esaurite. Perché la risposta istituzionale latita o giunge tardiva o non giunge affatto. Volontari che sacrificano le ferie per accompagnare un cane o un gatto anziano dal veterinario, nella piena coscienza che per loro non ci sarà adozione. Strappano intere cucciolate ai cassonetti e poi trascorrono la notte a pianificare sterilizzazioni, perché l’unica salvezza reale è arginare le nascite. È aberrante che l’onere ricada interamente su cittadini privati, è una disfunzione sistemica che non ammette più alibi. E a fine giornata, per Caterina e Edouard, Fabrizio e Alessandra, sopraggiungeva forse la fase più lacerante, il bilancio di ciò che avevano intercettato, nella memoria si sedimentavano tutti gli sguardi incrociati. Animali in attesa di un’adozione che non arriva, esistenze segnate da un passato di abusi, la detenzione in un box non è vita, nonostante la dedizione e l’affetto profusi dai volontari. Il carico emotivo era gravoso, implacabile, da quel carico è scaturita l’urgenza del racconto. Caterina, tra loro, non era l’attrice celebrata, era una donna con quintali di mangime da scaricare, scarponi impolverati e mani pronte a sorreggere una ciotola e a donare una carezza. Cagliaritana, conosce l’ambivalenza della sua terra: cartolina per il turismo di massa, trincea per chi vi dimora. Ha scelto di convertire il privilegio della notorietà in leva per dirigerlo verso chi ne è privo, per lei questo transito è restituzione, è intimazione all’intervento. Perché il crinale è uno solo: le adozioni, devono essere responsabili, meditate, irreversibili. Un animale non è un palliativo emotivo né un dono estemporaneo, è un’esistenza che si dipana per anni, con il suo corredo di costi, imprevisti, patologie, senescenza. Adottare equivale a sottoscrivere un vincolo: io ci sono, incondizionatamente, se manca questa consapevolezza, è doveroso astenersi, meglio un box in meno svuotato con superficialità che un cane riconsegnato dopo sei mesi perché disturba o sporca. La responsabilità non si improvvisa, qui l’intervento istituzionale è ineludibile: controlli rigorosi pre e post affido, campagne strutturate, anagrafi funzionanti. Non è tollerabile demandare tutto al volontariato per poi distogliere lo sguardo. Tra le tante storie che Caterina ha conosciuto, ricorda quella di Ringo, 15 anni vissuti in canile a Serramanna dal quale non è mai uscito fino alla fine dei suoi giorni nel dicembre 2025. Un’ altra storia è quella di Miccia Divina, una gatta soccorsa da Sonia Casula. Miccia Divina era inavvicinabile a causa di un cappio-trappola nel collo, l’infezione era così avanzata da essere recuperata in stato soporoso. Ha subito molteplici interventi per la ricostruzione dell’area tracheale, si è spenta quest’anno, nel giorno dell’Epifania, dopo aver trascorso diversi anni con la sua salvatrice. Sonia l’aveva battezzata Divina perché sopravvivere a quell’inferno, talvolta, ha del prodigioso. Le immagini di Pinna e Cossu non estetizzano la sofferenza, ma la fissano, c’ è il muso di un cane che ha disimparato a scodinzolare perché nessuno ne ha mai pronunciato il nome, ma c’è anche la mano escoriata dalla fatica che accarezza, lo sguardo che incredulo, torna a concedere fiducia, in quel millimetro di fiducia riconquistata che si consuma l’intera posta in gioco. Ogni scatto è acquisibile tramite QR code, ogni introito è destinato ai rifugi, ogni soggetto ritratto è adottabile. 4.800 animali censiti corrispondono a 4.800 disfatte, senza sterilizzazioni massicce, dotazioni finanziarie adeguate, controlli e sinergia effettiva tra Comuni, ASL e associazionismo, resta lettera morta. Non è ammissibile che siano sempre i volontari a tamponare le falle con risorse proprie. Ma sono anche 4.800 atti di resistenza, perché finché esisterà un volontario che apre un box all’alba, quella capitolazione non sarà definitiva. Caterina Murino ha investito il proprio tempo, il proprio affetto e la propria esposizione per esigere dalle istituzioni un cambio di paradigma, perché il randagismo non è una prerogativa dei volontari, è una questione collettiva, l’ unico traguardo dignitoso è uno solo: svuotare i canili e i gattili, non perché gli animali svaniscano ma perché cessino di affluirvi. Sette giorni di cibo placano la fame, sette giorni di sguardi, se li trattieni, possono nutrire una coscienza. “Attraverso i nostri occhi” assolve a questo mandato: impedire che domani, dinanzi all’ennesimo box, si possa ancora invocare l’ignoranza. Se il cane è il miglior amico dell’uomo, non sempre è vero il contrario. E questa, in definitiva, è l’unica verità che resiste. In conclusione la Murino lancia un appello – “I Comuni, invece di installare turbine eoliche, potrebbero creare rifugi adeguati in aree tanto grandi e meravigliose come queste.” — Credit Titolo: Attraverso i nostri occhi Ideato da: Caterina Murino Regia: Marco Marras Fotografie: Alessandra Cossu Riprese video: Fabrizio Pinna Produzione: The Donkey Production Con: Caterina Murino Anteprima: Riviera International Film Festival Presentazione: 8 e 9 maggio 2026 Distribuzione: Rai Documentari Messa in onda: Rai Tre, 17 maggio ore 13 Docufilm: durata 52′

Tags: caterina murino
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