Luigi Lai, in giro per il mondo con le launeddas: “Esportiamo la Sardegna più bella”

Il Maestro ha presentato a Cagliari la sua autobiografia, in cui si racconta a tutto campo, dall’infanzia nel Sarrabus, passando per la Svizzera, fino alle esibizioni in tutti i Continenti

Una vita da romanzo, nell’autobiografia di un self-made man nostrano che racconta di una Sardegna che non esiste più, quella in cui si camminava scalzi e la scuola era un inconveniente, ma in cui il suono di uno strumento a fiato può cambiare il destino e portare il figlio di un minatore di San Vito, Sarrabus, a conoscere il mondo intero.

Luigi Lai si racconta per la prima volta, con sagacia e ironia, durante la presentazione dell’opera “Luigi Lai, Maestro di Launeddas”, curata da Gabriele Congiu, scrittore ed editore di GC Edizioni e Beranu (casa editrice del volume). Sedici capitoli, dall’infanzia ai giorni nostri, in cui aneddoti di un passato remoto e mai dimenticato si intersecano con un retaggio futuro fatto di Qr code, per tramandare alle generazioni a venire i suoi straordinari sonus de canna. Il libro include infatti non solo testo, ma anche i codici a barre attraverso i quali è possibile ascoltare la voce e la musica del Maestro, e si chiude con una serie di immagini rappresentative della sua vita.

Ciò che distingue Luigi Lai dagli altri suonatori di launeddas è innanzi tutto la sua conoscenza approfondita della musica. Luigi Lai legge e scrive la musica. Nonostante gli esordi da autodidatta, dopo la folgorazione che ad appena 8 anni lo portò a procurarsi il suo primo strumento da un artigiano locale, Lai è riuscito a trascendere la mera passione, partendo giovanissimo in Svizzera, dove per sette anni ha conciliato gli studi di musica all’Accademia di Zurigo con un lavoro da calzolaio. “Studiare è fondamentale”, afferma il Maestro, che oggi è titolare della prima cattedra di Launeddas al Conservatorio di Musica Pierluigi da Palestrina di Cagliari. Un riconoscimento che ha finalmente consentito alle launeddas di assurgere al rango di strumento nobile. Perché suonare le launeddas è in realtà un’arte molto complessa, che richiede notevole impegno e dedizione, come confermano i 33 allievi del corso che Lai tiene al Conservatorio. E ai quali, durante la presentazione, nell’Aula Magna dell’istituzione musicale cagliaritana, cede volentieri il passo nell’esibizione, mentre a quelli che sono arrivati in sala senza lo strumento rimprovera: “Siete come dei cacciatori che vanno a caccia senza fucile”.

Galeotto fu l’incontro con Angelo Branduardi. “Fino agli anni Settanta le launeddas erano praticamente sconosciute, all’epoca imperavano i Beatles e la musica tradizionale era ampiamente sottovalutata”, racconta il Maestro. Grazie al felice connubio con Branduardi, lo strumento a fiato sardo, unico al mondo, è stato protagonista di una rivisitazione in chiave più moderna, e lo stesso Lai è successivamente riuscito a discostarsi dai canoni classici delle musiche proprie dei balli tradizionali, per comporre opere più inedite.

Eppure il Maestro sente l’esigenza di fare un doveroso richiamo alle origini, all’incontro con i suoi mentori, Antonio Lara ed Efisio Melis, “senza i quali – dice – oggi non esisterei”. Ma è a lui che va il merito di aver esportato il suono delle launeddas in tutto il mondo. Da Londra a Mosca, da New York a Tokyo a Sidney, non c’è Continente in cui non abbia suonato. “Dobbiamo mostrare al mondo le nostre cose più belle, e le launeddas sono certamente una di queste, ma per farlo serve talento, e per avere talento non bisogna mai smettere di studiare”, afferma ancora oggi, che a 85 anni non ha nessuna intenzione di fermarsi. Tra le sue passioni c’è il sassofono e si augura di poter comporre qualcosa da lasciare ai posteri anche con questo strumento.

Prima di concludere la sua presentazione con il classico ‘Non Potho Reposare’, eseguito con il sassofonista Gavino Murgia, Luigi Lai cede il palcoscenico a una giovane allieva, una delle quattro ragazze del suo corso. Ma quindi le launeddas sono uno strumento anche per donne? “Ci mancherebbe – risponde il Maestro – la musica non conosce genere, né altri confini”.