È questo l’allarme che ANIP-ITALIA SICURA lancia davanti all’ipotesi di ampliare l’attuale area del CAS attraverso nuove strutture modulari destinate ad accogliere ulteriori migranti.
“Una scelta che deve essere spiegata pubblicamente.
Perché invece di intervenire sui padiglioni già esistenti, bonificarli e ristrutturarli, si dovrebbe scegliere di realizzare nuove strutture?
Ristrutturare ciò che già esiste non sarebbe forse molto più razionale ed economicamente sostenibile rispetto all’installazione di costosi moduli destinati, inevitabilmente, a deteriorarsi e a richiedere nel tempo manutenzione, sostituzioni e ulteriori interventi?
Sono domande legittime, soprattutto quando si utilizzano risorse pubbliche.
Non occorre aspettare anni per capire quali problemi possano presentarsi”.
I moduli recentemente installati, a quanto viene segnalato ad ANIP-ITALIA SICURA, dopo appena poche settimane stanno già presentando problemi ai servizi igienici, con bagni che frequentemente risultano inutilizzabili a causa del ritorno delle acque sporche, accompagnato da forti e persistenti cattivi odori.
“Se questa situazione sarà confermata dagli accertamenti, è necessario chiedersi: come si può pensare di risolvere strutturalmente il problema aumentando proprio questo tipo di insediamento?
Se i moduli diventano la soluzione ordinaria, il rischio è evidente: ciò che nasce come struttura provvisoria può trasformarsi progressivamente in una realtà permanente.
E una struttura provvisoria, con il passare del tempo, diventa inevitabilmente una struttura che deve essere continuamente mantenuta, riparata e rinnovata.
È così che nasce una baraccopoli.
L’attuale capacità nominale è di circa 390 posti nel CAS e 90 nell’Hotspot.
Eppure oggi la presenza complessiva è arrivata frequentemente a circa 800 persone, oltre alle presenze non ufficialmente ricomprese nei conteggi che vengono segnalate nelle aree circostanti.
La domanda non è quindi soltanto quanti siano oggi.
La domanda è:
quanti saranno domani?”
La storia della “Jungle di Calais” dovrebbe essere un monito. Nel 2016 l’insediamento aveva raggiunto dimensioni enormi, con migliaia di persone prive di sistemazione. La Francia procedette allo smantellamento e il Regno Unito mise a disposizione ingenti risorse per contribuire alla gestione della situazione e impedire che il campo si ricostituisse.
“Prima che Monastir arrivi a quel punto, bisogna intervenire.
Non dopo.
Non quando il territorio sarà ormai abituato alla presenza di un insediamento permanente.
Non quando smantellarlo costerà molto più di quanto sarebbe costato prevenire.
L’ALLARME SOCIALE È GIÀ QUI
Nel frattempo il territorio sta vivendo una crescente tensione.
Ieri davanti al centro si è verificato uno scontro tra giovani del posto e migranti, con lancio di
pietre e bottiglie e l’intervento delle Forze dell’ordine.
È un episodio che non può essere ignorato nel quadro complessivo delle tensioni che si stanno registrando.
Non si può aspettare che il conflitto sociale diventi incontrollabile per accorgersi che qualcosa non funziona.
La popolazione deve essere ascoltata.
I sindaci devono essere coinvolti.
Le Forze dell’ordine devono essere messe nelle condizioni di operare in sicurezza.
E ogni scelta che riguarda l’ampliamento del centro deve essere sottoposta a un’analisi seria dell’impatto sul territorio.
INVECE DI PREVENIRE, SI RISCHIA DI INVITARE A VENIRE
La politica dell’accoglienza non può limitarsi ad aumentare continuamente i posti disponibili.
Se si costruiscono nuovi spazi ogni volta che arrivano nuove persone, il messaggio che rischia di passare è:
“Venite, c’è posto.”
Quasi un nuovo albergo gratuito nel cuore della Sardegna.
Ma Monastir non può diventare un albergo.
E soprattutto non può diventare la nuova baraccopoli del Sud Sardegna.
ANIP-ITALIA SICURA chiede alle istituzioni di rendere pubblici:
* il progetto relativo alle nuove strutture;
* il numero complessivo dei posti che si intende realizzare;
* i costi dell’intervento e della successiva manutenzione;
* la durata prevista delle strutture;
* il progetto complessivo per il futuro del CAS e dell’Hotspot.
E chiede soprattutto di spiegare perché si debbano realizzare nuove strutture quando esistono già padiglioni che da tempo chiediamo vengano bonificati, recuperati e ristrutturati.
Cui prodest?
È una domanda che merita una risposta chiara, soprattutto quando sono in gioco risorse pubbliche e la sicurezza di un intero territorio.
Monastir non ha bisogno di una nuova Jungle.
Ha bisogno di una scelta diversa: recuperare ciò che esiste, garantire condizioni dignitose, separare CAS e Hotspot, tutelare gli operatori e la popolazione e soprattutto impedire che una soluzione temporanea si trasformi in un insediamento permanente.
Non aspettiamo che nasca la baraccopoli per poi spendere milioni per smantellarla.
Le istituzioni aprano gli occhi adesso”.











