Centinaia di visitatori non hanno perso l’occasione di visitare il rifugio costruito nel 1942, quando la seconda guerra mondiale era oramai imminente: viene aperto al pubblico in occasione di Monumenti Aperti e permette di conoscere una parte della storia che le nuove generazioni hanno appreso soltanto attraverso i libri di scuola. Si cammina per 180 metri a lume di candela, un lungo corridoio con tante stanze che permettevano ai cagliaritani di rifugiarsi quando scattava l’allarme: le sirene suonavano tre volte, poi le porte si chiudevano e si attendeva che i bombardamenti finissero.
Ad accogliere i visitatori, oltre le esperte guide speleologiche, anche Maria Carla Carta Fercia: era solo una bambina nel lontano 1943, nel corso degli anni ha raccolto le testimonianze e le ha trasformate in un libro “per permettere ai giovani di conoscere la storia di Cagliari, il dramma vissuto da migliaia di famiglie il 28 febbraio del 1943”, quando 85 aerei sganciarono 538 bombe, ferendo gravemente e per sempre il capoluogo sardo.
Alle 12,55, in tanti erano appena usciti dalla chiesa di San Francesco quando l’allarme suonò. Nonna Carla ricorda il dramma dei suoi parenti, una famiglia come tante altre che quella mattina fu segnata dal dolore. Il giovane Dino era di turno in piazza del Carmine quando arrivò il nemico dall’alto, riuscì a nascondersi in uno squarcio, sotto a un divano, “mentre attendeva la morte”.
“Era una bella giornata, il fratello più piccolo, Carletto, aveva deciso di prendere la bicicletta e raggiungere il padre in officina in viale la Playa. C’era un cagnolino e voleva dargli da mangiare. Si fermò in via Roma perché incontrò due amici: quel periodo era stato come il lockdown della pandemia, non si usciva, e se capitava di incontrarsi era quasi festa”. Gli aerei arrivarono veloci e spietati, tutti scapparono ma non Carletto che cercò di raggiungere il papà in officina.
Non arrivò. Dopo le bombe, chi si salvò uscì in strada: anche il padre di Dino e Carlo corse verso piazza del Carmine, dove si trovava il figlio grande e per il quale aveva forte timore.
Continuò a camminare tra le macerie, tra urla e disperazione, sino a quando, vicino al largo Carlo Felice, vide una bicicletta che ben conosceva. Scavò tra i blocchi e vide un maglione, inconfondibile: capì così che il suo figlio più piccolo era morto.
“Raccolse ciò che era rimasto di lui, lo portò nel camion della Croce Rossa e rientrò a casa”.
Il figlio più grande aveva raggiunto la mamma, era pronto per andare a cercare il fratellino ma il padre lo fermò. “La mamma non parlò mai più, Dino raccontò a me quanto accaduto per tramandare la storia di quel giorno”, per non dimenticare, per insegnare, a chi è nato dopo, il valore della vita e una parte di storia di Cagliari, che, dopo la distruzione, riuscì a rinascere.













