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Sardegna, la denuncia di un padre: “Mio figlio 14enne aggredito davanti alla scuola, colpito quando era già a terra”

“Non entro nel merito delle dinamiche, che saranno ricostruite da chi di dovere”, specifica l’uomo. “Posso però dire che tutto è avvenuto davanti a numerosi testimoni e che un adulto è dovuto intervenire per fermare l'aggressore mentre continuava a colpire mio figlio, già a terra e incosciente.“

di Claudia Assanti
10 Giugno 2026
in hinterland, zapertura

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Il lavoro c’è ma tanti giovani lo rifiutano: troppa fatica tra festivi, notturni e straordinari

Ragazzi giovani di spalle

Bruttissimo episodio di violenza davanti ad una scuola dell’hinterland cagliaritano. Un ragazzino di 14 anni sarebbe stato aggredito e picchiato violentemente da un coetaneo. A raccontare l’episodio è il padre del giovanissimo studente attraverso un lungo sfogo social.

“Oggi ho chiamato mio figlio perché non era rientrato a pranzo. A rispondermi è stata una donna sconosciuta dal suo telefono. Mi ha detto che era stato aggredito davanti alla scuola e che si trovava steso sull’asfalto, privo di sensi, in attesa dell’ambulanza”, spiega il papà del ragazzino via social.

“Mio figlio ha quattordici anni.

Sono arrivato immediatamente sul posto. L’ho trovato pallido, confuso, ancora sotto shock. Intorno c’erano studenti, insegnanti, soccorritori e persone che cercavano di capire cosa fosse successo.

Nel frattempo la scuola aveva avvisato la madre del ragazzo che lo aveva aggredito. Quando è arrivata ha cercato subito una mediazione, spiegando che il figlio voleva chiedere scusa e tentando di ricondurre tutto a un episodio tra adolescenti.

L’ho fermata. Le ho detto che non era il momento e che qualsiasi chiarimento sarebbe avvenuto dopo l’intervento delle forze dell’ordine e gli accertamenti medici.”

“Non entro nel merito delle dinamiche, che saranno ricostruite da chi di dovere”, specifica l’uomo. “Posso però dire che tutto è avvenuto davanti a numerosi testimoni e che un adulto è dovuto intervenire per fermare l’aggressore mentre continuava a colpire mio figlio, già a terra e incosciente.

Quello che mi ha colpito, però, non è stato soltanto ciò che è accaduto tra due ragazzi. È stata la reazione di alcuni adulti.

Mentre veniva soccorso dopo aver perso conoscenza, c’era già chi parlava di chiarimenti, pace e comprensione. Una professoressa mi ha detto che bisognava fare pace perché «sono ragazzi».

L’ho fermata.

Sono un docente e un educatore. Non ho bisogno di lezioni sull’adolescenza. C’è un momento per educare, comprendere e ricostruire. E c’è un momento in cui bisogna avere il coraggio di guardare la realtà per quello che è.

A chi continua a ripetere che «sono ragazzi» vorrei fare una domanda molto semplice.

Lo direbbe con la stessa leggerezza dopo aver chiamato suo figlio e aver sentito rispondere una sconosciuta dal suo telefono?

Lo direbbe trovandolo steso sull’asfalto senza sapere realmente quali siano le sue condizioni?

Perché è molto facile invocare comprensione e mediazione quando il ragazzo a terra è quello di un altro.

E qui mi fermo.

Perché litigare è una cosa. Discutere è una cosa. Fare una sciocchezza è una cosa.

Ridurre un quattordicenne all’incoscienza è un’altra.

Sono il primo a riconoscere che la minore età comporta tutele e percorsi educativi diversi rispetto a quelli previsti per un adulto. Ma essere minorenni non significa essere irresponsabili. Significa rispondere delle proprie azioni secondo regole diverse, non che quelle azioni smettano di avere conseguenze.

Qui non stiamo parlando di una bravata, di una discussione degenerata o di uno spintone durante una lite. Stiamo parlando di una violenza esercitata su una persona già a terra. Di un ragazzo che ha perso conoscenza davanti a decine di testimoni.

Non aggiungo altro, perché ci sono accertamenti in corso e sarà compito di chi indaga ricostruire ogni dettaglio.

Credo però che, prima ancora delle valutazioni giuridiche, esista un dovere morale: guardare i fatti per ciò che sono, senza nasconderli dietro formule rassicuranti”.

E conclude con una riflessione: “Chiamare le cose con il loro nome non significa rinunciare a educare. Significa partire dalla realtà.

E la realtà è che non tutto può essere archiviato con un’alzata di spalle e un «sono ragazzi»”

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