La Corte d’Appello di Bologna ha deciso di ridurre la pena da 17 e 15 anni di reclusione per l’ex fidanzato di Aurora Tita, lasciata cadere dal settimo della palazzina dove viveva a Piacenza nell’ottobre di due anni fa.
Una decisione che ovviamente fa male alla famiglia della giovanissima Aurora.
“Poi pretendiamo che i femminicidi diminuiscano?”, dice mamma Morena Corbellini.
“Andrà sempre peggio, le sentenze sono fatte alla leggera. I femminicidi, se si continua così, aumenteranno: tanto sanno che le pene non sono niente”.
La donna si rivolge direttamente a Giorgia Meloni: “O interviene la premier e ci mette una pezza altrimenti continueranno e sarà sempre peggio”.
“Capiterà sicuramente ancora. Se dopo un mese di buona condotta questo aveva il cellulare in carcere, usava Instagram… Allora che facciamo? Gli diamo l’Oscar perché ha ucciso una bambina?”, prosegue mamma Morena. E sul silenzio della famiglia dell’assassino commenta: “Le scuse erano doverose, ma visto il soggetto, non poteva nascere da una madre diversa da lui. Anche gli avvocati comunque potevano chiedere scusa, sono persone anche loro, hanno figli e nipoti anche loro. Poteva succedere a tutti una cosa del genere”.
“Aurora aveva solo 13 anni, è la vittima di femminicidio più giovane d’Europa – ha detto l’avvocato della madre, Emilio Malaspina – la famiglia è insoddisfatta in particolare per la richiesta di sconto fatta dalla Procura generale”. “Noi non abbiamo visto la confessione come l’ha vista la Procura generale: per noi è strumentale, i motivi di appello non avevano alcuna possibilità di essere accolti – aggiunge l’avvocato Malaspina –. Le persone valutino anche cosa ha comportato fare una confessione in fase di appello: in fase di indagine l’imputato non ha dato nessun contributo e sono state fatte consulenze su consulenze che avevano accertato tutto e che hanno comportato spese importanti per la Procura. Quello che lui aveva riferito su un incidente o sul suicidio – aggiunge – era venuto meno, poi non ci dimentichiamo che ha presentato un atto di appello continuando a chiedere l’assoluzione, per poi confessare in udienza”.












