«Per me è come se l’universo gli avesse restituito ciò che la vita non ha potuto dargli». È con queste parole, cariche di commozione, che Ignazio, il figlio di Mario Scanu, racconta le emozioni vissute dopo la straordinaria vicenda del fazzoletto dipinto durante la Seconda guerra mondiale, conservato per oltre ottant’anni dalla famiglia dell’infermiera australiana che salvò la vita al padre prigioniero di guerra. Dopo l’appello lanciato nei giorni scorsi, la famiglia Scanu è stata finalmente rintracciata. Un cerchio che si chiude e che restituisce memoria a una storia rimasta nascosta per decenni.
«Ho scoperto tutta questa vicenda grazie a un articolo che mi è stato inviato da alcuni parenti», racconta. «Prima ho letto un pezzo pubblicato nel Trevigiano, poi mia cugina di Cagliari mi ha mandato il link di Casteddu Online. Non mi sarei mai aspettato che questa storia avesse avuto una risonanza così grande in Sardegna».
Per il figlio di Mario Scanu il valore di tutto questo va ben oltre il ritrovamento del prezioso fazzoletto. «Mio padre ha vissuto una vita difficile. Dopo la guerra aveva costruito la sua famiglia a Pirri, dove aveva un negozio di alimentari. Nel 1970 fummo costretti a trasferirci in Veneto per lavoro. Lui però non volle mai vendere la casa di Pirri perché il suo sogno era quello di tornarci una volta in pensione. Purtroppo morì nel 1974, a soli 57 anni, appena quattro anni dopo il trasferimento». Un desiderio rimasto incompiuto che oggi, simbolicamente, sembra trovare finalmente pace.
«Quello che è successo in questi giorni è come se gli avesse permesso di tornare a casa. Migliaia di sardi hanno letto la sua storia, si sono emozionati. Per me è come se finalmente il cerchio si fosse chiuso».
Mario Scanu era stato fatto prigioniero durante la Seconda guerra mondiale. In Australia rimase gravemente ferito da una coltellata sferrata durante una violenta lite tra commilitoni. «Lui non c’entrava nulla. Fu colpito praticamente per sbaglio. La lama arrivò vicinissima al cuore e venne ricoverato in un ospedale da campo, dove fu curato per circa due mesi da un’infermiera della Croce Rossa australiana». Proprio quell’infermiera conservò per tutta la vita il fazzoletto dipinto e donato dal soldato sardo, tramandandolo poi ai suoi discendenti.
«Io conoscevo tutta la storia della prigionia e dell’accoltellamento, ma non sapevo assolutamente nulla del rapporto che mio padre aveva instaurato con questa infermiera. È stata una scoperta emozionante».
La famiglia australiana, grazie alle ricerche della pronipote dell’infermiera e del giornalista Silvio Masullo, è riuscita infine a rintracciare gli eredi di Mario Scanu. Ora i contatti sono stati avviati.
«Mi hanno lasciato il numero della pronipote dell’infermiera e ci sentiremo nei prossimi giorni. Stiamo valutando come riportare in Italia il fazzoletto. Abbiamo saputo che potrebbero spedirlo oppure venire personalmente all’inizio del prossimo anno. Sarebbe bellissimo conoscerci di persona.»
E non esclude nemmeno un viaggio dall’altra parte del mondo. «Se dovesse esserci l’occasione, magari potrei anche andare io in Australia a ritirarlo».
Tra i ricordi più intensi resta quello del padre e del suo amore mai sopito per la Sardegna.
«Quando siamo partiti non volle vendere la casa di Pirri perché sperava di tornarci con mia madre. Non ne ha avuto il tempo. Per questo tutto quello che è accaduto oggi ha un significato enorme: è come se, almeno simbolicamente, fosse riuscito davvero a ritornare nella sua terra».
Una storia che attraversa continenti e generazioni, nata tra gli orrori della guerra e arrivata fino ai giorni nostri grazie alla memoria custodita da una famiglia australiana e all’impegno di chi ha deciso di non lasciare cadere nell’oblio un semplice fazzoletto dipinto, diventato oggi il simbolo di un legame umano più forte del tempo.












