L’Alzheimer e il senso di ciò che resta: la filosofia della memoria nell’esordio letterario di Rosario Musmeci

Educatore, già presidente provinciale dell’ARCI di Sassari e più volte amministratore pubblico, Rosario Musmeci firma per Città del Sole Edizioni “Il terzo scatto”. Il romanzo è stato presentato lo scorso venerdì all’Hostel Marina in collaborazione con la Libreria Miele Amaro di Cagliari. Interventi di Maria Antonietta Mongiu e Vito Biolchini; letture di Lia Careddu

Di Giulio Neri

 Quando si portavano i rullini allo sviluppo c’era sempre almeno uno scatto che «non convinceva», un’istantanea – un ricordo, di fatto – che si ripudiava. Il romanzo di Rosario Musmeci (“Il terzo scatto”, Città del Sole Edizioni) ha il suo prologo in questa censura, in questo allontanamento da qualcosa o da qualcuno che si disconosce e che si tenta di lasciar fuori dalla Storia. Eppure, se c’è un tentativo di proteggere le immagini della coscienza, vien da pensare che il materiale scartato sia in realtà la testimonianza più vera, più completa: il bambino vuol staccarsi dal papà in posa che lo tiene in braccio; è qui il suo naturale desiderio di affrancamento, il germe della rivoluzione individuale che preannuncia l’età adulta. O, magari, la fine di un’epoca.

Musmeci narra di una famiglia siciliana il cui patriarca, Aronne, ebbe un ruolo di spicco nell’organizzazione e nel finanziamento dello sbarco garibaldino a Marsala: tra frequenti salti temporali, e attraverso gli occhi di Antonio, l’ultimo discendente, e quelli di suo padre Carlo, colpito da Alzheimer (o «demenza vascolarizzata», come specifica la dottoressa), si ripercorrono quei fatti; ma si assiste, anche, a un processo di sfaldamento di tradizioni e riti che già anticipa l’oblio – la Fine, insomma, tanto della «famìgghia» quanto dell’ideale repubblicano e unitario che aveva permesso di sgominare i Borbone.

Questo epilogo doppio è affidato al decorso della malattia, a vuoti di memoria che si alternano a formidabili recuperi retroattivi: nella coscienza intermittente dell’anziano Carlo sembrano convergere (districati, sciolti) i sentimenti dei suoi avi e dei suoi famigliari, e a poco a poco affiorano i residui di una lingua ancestrale – il dialetto siciliano – con i dubbi, i conflitti, l’ambivalente affettività che lega fratelli, genitori, nonni. Proprio la lingua risulta essere il simbolo più immediato di un Passato che non trova più collocazione (come i morti nella cappella ormai satura), e il codice elettivo di un commiato in cui i padri si trasfondono nei figli, e i figli, senza sconti, accolgono i padri.

L’epopea narrata da Musmeci è requiem e al tempo stesso memoir di una dinastia – un memoir atipico, di identità sovrapposte in una specie di transfert innescato dall’Alzheimer. Il mistero dei lunghi silenzi si apre ai monologhi interiori di un Grande Vecchio che anela il ritorno a casa (ma è già a casa), che si nega ai propri figli (o li accetta per farli fessi e contenti), che si smarrisce nei frammenti e nella particolarità di vicende più o meno remote, ma che d’improvviso ritrova il Tutto, la propria Storia e l’orizzonte di un addio alla Sicilia, all’Italia, all’esistenza. Un buio che Carlo attraversa spedito, senza brancolare; perché la paura, in fondo, è di chi resta.