Il Pd sfila Roma e Torino ai 5 Stelle, solo a Trieste si conferma il centrodestra

Roberto Gualtieri nuovo sindaco della capitale, Stefano Lo Russo del capoluogo piemontese, Roberto Dipiazza della città oggi al centro delle cronache per gli sgomberi dei portuali con idranti e fumogeni. Trionfano i Dem, i 5 Stelle al tracollo totale, in tilt il centrodestra che non riesce più a intuire e intercettare i segnali dell’elettorato. Astensionismo alle stelle, hanno votato poco più di 4 italiani su 10, e nessuna donna al comando

Il Pd si riprende voti, i 5 Stelle sono al tracollo totale, il centrodestra in pochi mesi vede sgretolarsi l’enorme vantaggio quotidianamente registrato dai sondaggi. L’atteso ballottaggio nelle grandi città italiane conferma e potenzia il segnale già arrivato forte e chiaro al primo turno. Roma va al Pd e centrosinistra con Roberto Gualtieri, altrettanto Torino a Stefano Lo Russo: città entrambe sottratte ai Grillini ed entrambe a due donne, le grandi assenti di questa tornata elettorale. Al centrodestra resta solo Trieste, con Roberto Dipiazza, sindaco uscente.

La crisi del centrodestra è evidente. Salvini e Meloni si sono dimostrati non all’altezza della situazione, non in grado di raccogliere il testimone di Berlusconi, e non più in grado di intercettare e assecondare bisogni e richieste degli elettori. Salvini, da quando è scoppiata la pandemia, ha perso l’argomento principale su cui ha costruito il suo successo politico, l’immigrazione. E’ entrato nel governo Draghi ma non sapendo bene come posizionarsi e come rapportarsi a questa nuova maggioranza allargata, facendo pasticci, prendendo posizioni, insomma comunicando una situazione di confusione che ha mandato evidentemente in confusione anche i suoi elettori, che in Salvini non hanno più riconosciuto il loro capitano. Il colpo di grazia è stata la vicenda di Luca Morisi, l’inventore della Bestia social, indagato per droga dopo una notte con due escort rumeni, ovvero la contraddizione vivente di tutti i principi su cui il carroccio di ultima generazione aveva costruito la sua macchina da guerra. La Meloni ha puntato tutto sullo stare fuori dal governo per mancare la differenza e raccogliere consensi da chi di questo governo non vuole saperne. Una scelta che ha premiato e continua a premiare il suo partito, tanto da essersi appaiata a quello del rivale-alleato, ma che alle urne ha deluso. Di sicuro, non ha premiato entrambi la posizione ondivaga e poco chiara su vaccini e green pass. Posizioni in generale sempre molto aggressive e su qualunque argomento, che hanno probabilmente allontanato dalle urne gli elettori di centrodestra più moderati.

Il vero, grande sconfitto di questa tornata elettorale è però soprattutto il Movimento 5 Stelle. Precipitato dal 40% e oltre del 2018 ai risicatissimi numeri di oggi. Un partito-non partito che ha perso ogni credibilità, che neanche con il reddito di cittadinanza è riuscito a incassare voti. E’ chiaro che gli elettori non hanno perdonato il trasformismo che ha fatto diventare i grillini quello che non sono mai stati e che non sarebbero mai dovuti diventare per continuare ad attingere alle sacche di insoddisfazione sociale dove il Pd non riusciva più ad arrivare. Il Movimento ha perso identità e credibilità, è diventato uguale identico al potere che voleva smantellare, stessi ruoli e stessi privilegi, ha perso qualunque tratto di lotta per prendersi il più comodo ruolo di governo, e tanti saluti alla scatoletta di tonno. Conte gli ha dato il colpo di grazia finale, facendolo diventare un vassallo del Pd invece che continuare a fargli da contraltare e contargli le pulci, motivo per cui è nato: e così, tutto il travaso dei voti dem che era stato alla base dello storico trionfo di Di Maio & company tre anni fa, è diventato ora un travaso di bile per i 5 Stelle che quei voti li hanno riportati quasi del tutto al sicuro in casa Letta. L’unica speranza per chi ancora ci crede resta ora Di Battista, che ha sempre conservato una linea coerente: è lui che potrebbe raccogliere i delusi, e sono tanti, e guidare la carica. Conte riempie le piazze ma non le urne, questo ormai è chiaro: piaciucchia, consensi, applausi e baci ma poi non porta pane, dando la sensazione di essere sempre il figurante di qualcun altro, mai davvero espressione di se stesso e di una politica reale.

Su tutto, restano due dati eclatanti: l’impressionante astensionismo, appena il 43,9% è andato al voto, e la totale assenza di donne candidate alla guida delle città. Un vizio, per il Pd che pure ambisce a essere europeista e progressista, visto che anche nel governo non ha nessun ministro donna. Letta, che più volte parla di “trionfo senza trionfalismo”, assicura che ci metterà mani e impegno. E questo la dice lunga su quanto la parità sia di là da venire.

Insomma, una rivoluzione rispetto a soli tre anni fa, quando il Pd aveva ricevuto una batosta come mai prima, scendendo ai minimi storici di consenso e gradimento. Anche per responsabilità di Renzi: fuori lui, il partito ha iniziato a risollevarsi. I risultati elettorali confermano due grandi certezze: la totale disaffezione della gente alla politica, persino quando si parla di sindaci, e la liquidità dell’elettorato, che in solo tre anni è capace di demolire e ricostruire maggioranze. Il messaggio? Nessuno può sentirsi al sicuro. Perché gli elettori, almeno quelli che ancora vanno a votare ed è forse questo il problema principale di cui dovrebbe occuparsi la politica, non perdonano.


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