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Essere madri in Italia è ancora una colpa imperdonabile, anche da premier

di Sara Panarelli
17 Novembre 2022
in rubriche, zapertura1

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Il viaggio a Bali di Ginevra, accudita dalla tata mentre mamma Giorgia partecipava ai lavori del G20 incontrando i capi di Stato e di governo di tutto il mondo, è diventato un caso. Politico, quasi. Sociologico, di sicuro. E ha svelato quello che tutte coloro che in questo Paese hanno scelto di diventare mamme già sanno: la maternità, in Italia, è ancora una colpa di cui scusarsi.

Il caso di Ginevra, 6 anni, è emblematico. Senza entrare nel merito se sia stato giusto o no, ha inequivocabilmente sollevato il velo sull’ipocrisia che impera nel nostro scassato Paese, dove da una parte si piange e ci si lagna e ci si indigna perché figli non se ne fanno più e dall’altro si fanno firmare dimissioni in bianco alle ragazze al momento dell’assunzione, da usare se mai dovessero avere l’ardire di restare incinte. Un sistema talmente incardinato, incancrenito, metabolizzato, che si grida al miracolo se un qualche imprenditore va in direzione contraria, addirittura assumendo donne in gravidanza.

L’ipocrisia maschilista italiana, che ha dovuto suo malgrado ingoiare una premier donna che lo è diventata solo perché ha fatto tutto da sola, si è rivelata in tutta la sua paradossale pochezza. E’ vero, era un viaggio di Stato. Ed è anche vero che la risposta di Meloni “decido io come crescere mia figlia” era poco consona al contesto. Ma una cosa è stata evidente in tutta la sua crudele realtà: alle donne non si perdona di essere madri, e dietro le congratulazioni e le felicitazioni e gli auguri c’è solo una grandissima, gigantesca, orribile, atavica ipocrisia. Perché le mamme vanno bene ma se stanno a casa. E normalizzare la maternità non è un esercizio gradito agli uomini di potere che ci hanno messo decenni a plasmare i tempi sui loro tempi, i ritmi sui loro ritmi, le esigenze sulle loro esigenze.

E non solo nella politica: succede sempre, tutti i giorni, tutti i momenti, e infatti sono migliaia le donne che rinunciano a lavorare perché è letteralmente impossibile continuare a farlo.

Dalla premier che sta conducendo una giusta battaglia, per ora personale, per normalizzare la maternità, ci aspettiamo che faccia lo stesso per tutte le donne. Per tutte le mamme, che lo sono o vorrebbero esserlo. Per tutte quelle che si sono viste chiudere porte in faccia. Per garantire dignità e diritti e asili nido e strutture, un welfare degno di una società che si racconta civile insomma. Ma che è lontanissima dall’esserlo, perché non tutti possono prendere i figli e portarseli al lavoro: quello è un privilegio, e i privilegi vanno oltre i diritti.

Tags: italia
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