Una casa venduta all’asta senza visite, senza un incontro, senza sapere chi viveva al suo interno. È quanto accaduto in un paese del Sud Sardegna, dove un’abitazione storica per una famiglia è stata aggiudicata semplicemente attraverso una pagina internet.
Non si tratta, però, di un semplice immobile. In quella casa vive da sempre una famiglia segnata da una lunga storia di sacrifici e difficoltà. A raccontarlo è la stessa donna protagonista della triste vicenda, che abbiamo sentito in queste ore: «Sapevo che questo momento sarebbe potuto arrivare, ma sapere non significa essere pronti».
Il padre della donna, oggi 77enne e invalido al 100%, è stato colpito da un ictus nel 2012. Da allora la vita familiare è cambiata radicalmente. «A diciotto anni mi sono ritrovata adulta per forza – racconta – non per scelta. Ho imparato a reggere pesi troppo grandi, spesso in silenzio».
La vendita dell’immobile è arrivata all’improvviso, senza che nessuno entrasse mai in casa. «Per il sistema era solo un bene da aggiudicare. Per noi era l’ultimo punto fermo», spiega.
Era pronta a riscattare l’abitazione: aveva pianificato di partecipare alla prossima asta, prevista per marzo, tra appena due mesi, quando il prezzo sarebbe diventato più accessibile. «Non stavo evitando il problema, stavo resistendo», chiarisce.
Per questo oggi lancia un appello pubblico ai nuovi acquirenti, di cui non conosce né il nome né il volto. «Non hanno mai visitato la casa, l’hanno comprata senza vederla. Chiedo loro di venire a trovarci, di vedere con i propri occhi la situazione, di rendersi conto che dietro un’asta ci sono delle persone. Solo così, mettendosi una mano sulla coscienza, potremmo provare a trovare insieme una soluzione».
La donna si dice disposta anche a versare una caparra agli acquirenti pur di poter restare nella casa dove è nata e cresciuta. «Ho messo da parte tutti i risparmi possibili per potermela ricomprare. È la mia casa, la mia storia».
Intorno a lei si è stretta la solidarietà di un intero paese che sostiene la famiglia, così come i colleghi di un’azienda dell’hinterland dove lavora. «Tutti sanno che ce l’abbiamo messa tutta – racconta – abbiamo stretto la cinghia, rinunciato a tutto il superfluo, risparmiato ogni centesimo con un solo obiettivo: riprenderci casa nostra».
Non è una richiesta di compassione, ma di umanità. «Non scrivo per fare pena a nessuno – conclude – ma perché oggi fa male. E perché, a volte, dietro dei muri ci sono vite che stanno solo cercando di non crollare».













