Sala presa d’assalto da pazienti spazientiti che hanno chiamato contemporaneamente per accedere al servizio sanitario: gli ultimi arrivati sono diventati i primi, “in un ordine dettato dalla fortuna o semplicemente dalla furbizia, perché di fatto gli addetti non avevano modo di verificare se la telefonata fosse mai avvenuta, la gente saliva”.
Il racconto pubblico di una volontaria: “Lunedì mi contatta una delle persone a cui presto aiuto per le varie difficoltà che la vita riserva, per dirmi che stava malissimo. Era stato ricoverato qualche giorno prima ma, nonostante fosse stato dimesso, continuava ad avere forti dolori ad un piede da non riuscire a camminare.
Intorno alle 19:00 lo incontro. Leggo il foglio di dimissione: trattamento di disostruzione di un’arteria femorale, proprio sulla gamba dove accusava dolore al piede, sul quale non è stato effettuato alcun intervento, e somministrazione di farmaci per ripristinare la circolazione. Con la promessa che, assumendo quei farmaci, anche il problema al piede sarebbe migliorato. Paziente a cui, per lo stesso problema, l’anno scorso sono state amputate diverse falangi di entrambe le mani.
A quella visione ho pensato che anche il piede andasse curato con urgenza. Prima di tornare in Pronto Soccorso, propongo di recarci alla vicina Guardia Medica di Viale Trieste. Il paziente, 52 anni, è residente a Cagliari in una struttura che collabora con il Comune.
Arriviamo alle 19:40. Prima di noi ci sono altre due persone. La guardia di turno ci dice che, a partire dalle 20:00, bisogna chiamare il numero fisso indicato sulla porta per poter accedere al servizio, in ordine di arrivo.
La sala si riempie.
Alle 20:15 chiedo ai due addetti entrati in servizio come dovessimo procedere. Invitano a chiamare il numero indicato, in ordine di arrivo. Chiamano, due, tre, quattro volte: risulta libero ma non risponde nessuno. Mi lamento e chiedo cosa si debba fare. “Provate finché non rispondono, non vi possiamo far salire”.
Nel frattempo entra una” addetta che “sente le lamentele e, con un sorriso beffardo, dice: “Chiamate, chiamate, tanto anche se risulta libero non potrà rispondere nessuno, dal momento che la linea è occupata con Internet”.
Sentendomi presa in giro, chiedo: “Scusate, ma cosa si deve fare? Che senso ha chiamare?”. “È così, dovete provare”.
La sala perde la pazienza e iniziano a chiamare tutti contemporaneamente lo stesso numero, senza più rispettare alcun ordine. A un certo punto prende la linea uno degli ultimi arrivati e lo fanno salire per la visita.
Accanto a me c’era la signora arrivata per prima, che tentava di chiamare, e io che, persa la pazienza, discutevo sul fallimento del servizio”.
“Ho deciso di tutelare la mia persona e i miei diritti di cittadina chiamando i Carabinieri, lamentando disordine, mancanza di rispetto e istigazione allo scontento.
Nel frattempo, grazie all’addetto più sensibile che chiama per me, riesco a salire.
Ovviamente il servizio era iniziato con gli ultimi arrivati che sono diventati i primi, senza logica, né ordine di priorità, né di urgenza. Io e la signora abbiamo atteso il nostro turno”.
Viene chiesto: “È lei che ha chiamato i Carabinieri?”. Rispondo: “Certo che sì”. “Era necessario disturbare altre persone?”. “Evidentemente sì, se il sistema non funziona non abbiamo nessuna tutela, in una condizione che peraltro poteva rivelarsi pericolosa. E soprattutto nessuno ha intenzione di ascoltare”.
Dopo una lunga discussione in cui la volontaria ha spiegato, senza successo, le sue ragioni e il motivo per cui si trovasse in ambulatorio, “ho girato i tacchi, ho chiuso il discorso con i poliziotti ed una brutta esperienza da portare a casa”.












