Cagliari, i docenti con la valigia ora scrivono a Papa Francesco

La lettera aperta al Papa dei docenti sardi a rischio trasferimento: “Confidiamo in Lei”

I docenti sardi con la valigia, con il trolley forzato, che rischiano di perdere il contatto con la famiglia grazie alla “Buona scuola” di Renzi, ora scrivono una lettera aperta a Papoa Francesco. “Il lavoro è importante, ma non deve penalizzare la famiglia. Lo ha detto il Papa lunedì durante l’udienza generale a San Pietro. E per noi docenti che stiamo lottando per continuare a insegnare senza dover abbandonare la nostra casa, i nostri mariti o le nostri mogli, i nostri  figli e i nostri genitori, sono state parole che ci hanno riempito il cuore. Lungi da noi voler strumentalizzare o tirare per la giacchetta il Santo Padre. Noi docenti del Comitato delle valigie del 10 agosto vogliamo solo dire grazie, personalmente, a Francesco per aver ribadito principi che siamo stati costretti a sostenere andando a protestare davanti ai palazzi delle istituzioni, in aeroporto e al mare. Per questo abbiamo chiesto di incontrare il Santo Padre: siamo sicuri che non serviranno nuove parole, ci bastano quelle che il Pontefice ha giá pronunciato. Ci basterà uno sguardo, un sorriso, un gesto. Non vogliamo comodità o il posto sotto casa: siamo pronti a sobbarcarci anche, come sempre abbiamo fatto, chilometri e chilometri. Ma, siamo in un’isola: attraversare il mare per noi significa spezzare le nostre famiglie.

 

 

LETTERA AL SANTO PADRE
 
Santo Padre
Siamo un gruppo di insegnanti precari sardi della scuola e ci rivolgiamo a Lei con la preghiera di poter essere ascoltati nel nostro dolore di padri, madri, mariti, mogli ed in ultimo, ma non da ultimo, figli.
Questa supplica a Lei rivolta riteniamo altresì possa ben rappresentare lo stato d’animo e la preoccupazione di tantissimi precari italiani che si trovano a vivere la nostra stessa angoscia a causa delle conseguenze innestate dalla Legge 107/2015 cosiddetta della “Buona scuola”.
Gli insegnati precari rappresentano quella tipologia di lavoratori assunti dallo stato italiano a tempo determinato (con contratto, e quindi retribuzione, da settembre a giugno il più delle volte in modo discontinuo) per coprire le cattedre scoperte. Alcuni sono precari da 10, 20 anni e molti sono andati in pensione da precari. Non stiamo quindi parlando di lavoratori privilegiati.
Questi docenti, che pure tanto hanno dato allo Stato nello svolgimento della loro missione di formatori nella scuola (e che ha consentito alle Istituzioni un notevole risparmio), vivono da anni la situazione di affanno e di incertezza che questo tipo di contratto comporta. Infatti, non si è mai certi della nomina, né della sede di lavoro e la remunerazione è inferiore a quella dei colleghi di ruolo (assunti a tempo indeterminato).
L’Italia è stata condannata dalla Corte Europea a porre rimedio a questa anomalia tutta italiana poiché lesiva dei diritti della persona nonché della normativa Europea.
Malgrado le tante contestazioni di piazza, il disappunto di gran parte del mondo della scuola, è stata approvata questa legge che per noi precari si è trasformata in un autentico dramma.
Prima gli insegnanti venivano incaricati sulla base di una graduatoria provinciale e qualora rimanevano cattedre scoperte si attingeva dalle graduatorie di ogni singolo istituto. Il punteggio di queste graduatorie è determinato dagli anni di esperienza e dai titoli (tipo di laurea, specializzazioni, anni di esperienza, ecc.).
Questa nuova legge sconvolge i criteri di assegnazione innestando di fatto, nella sua applicazione, un terremoto sociale, emotivo, ancorché umano e soprattutto familiare. Infatti è stata prevista, in luogo della graduatoria provinciale (all’interno della propria regione), una graduatoria nazionale. Per un meccanismo perverso, causato, forse, da una non attenta formulazione dei criteri di selezione, è altamente probabile che un insegnate campano vada ad insegnare in Sardegna, uno sardo in Vento, un pugliese in Lombardia, un siciliano in Sardegna e via dicendo, con conseguenze devastanti per le oltre 70.000 famiglie in Italia coinvolte in questo esodo di massa di cui 1.740 famiglie in Sardegna, pichè dei 4000 aventi diritto, oltre la metà, a causa di queste devastanti incertezze, hanno preferito rinunciare ad inviare la richiesta di assunzione con un travaglio emotivo e pesanti conseguenze economiche che Lei può ben immaginare.
Ciò comporta un ennesimo accanimento alla dignità di queste persone, che vengono trasformate da un sistema computerizzato in un numero, in un pacco postale che deve arrivare dove tale sistema vuole senza tener conto delle loro famiglie, delle loro vite.
Santo Padre, lei giustamente ha detto che il <<Lavoro è fondamentale>> e tutti noi siamo ben contenti della possibilità offertaci dalla sentenza della Corte Europea che obbliga l’Italia a ridurre la piaga del precariato nella scuola. Ma questa impostazione del criterio di assunzione previsto da questa nefanda legge, obbliga gli insegnanti a lasciare la propria terra, ad essere sradicati dalla propria cultura, ma soprattutto, ad abbandonare la propria famiglia.
Lo stipendio di un insegnante è mediamente di 1.300 euro al mese. In queste condizioni moltissimi, i più, si troveranno costretti a lasciare i figli a casa, mariti e mogli a casa, genitori anziani bisognosi di assistenza a casa. Tante coppie si troveranno nell’impossibilità di avere altri figli perché la famiglia sarà separata e le condizioni imposte non lo permetterebbero; il che vuol dire che il numero dei nati si ridurrà sempre più.
I sardi, in particolare, soffrirebbero oltremodo le conseguenze di una eventuale spostamento verso altre regioni a causa dell’insularità.
<<Lavoro è fondamentale>>, ma quando supera i valori umani, quelli dell’etica, della dignità della persona, diventa qualcosa di inaccettabile.
Ancor più inaccettabile per il fatto che tanta violenza sull’unità familiare è perpetuata dall’ irresponsabile risultato di una legge che non considera i lavoratori PERSONE ma numeri.
Un meccanismo che porrà in essere, laddove non necessario, dal momento che questi insegnanti hanno sempre lavorato nella loro terra, delle conseguenze devastanti alle loro famiglie.
Il sistema, non lesivo, per sopperire a questo problema esiste.
Infatti basterebbe che tali incarichi fossero fatti attingendo prima da una graduatoria provinciale, poi, ove in alcune province il numero dei posti fosse superiore ai docenti disponibili ed in altre il numero dei docenti maggiori dei posti, si potrebbe una graduatoria regionale. Successivamente, nella eventualità, ma solo in questa eventualità, se tutte le cattedre non fossero coperte, si attingerebbe da una graduatoria nazionale.
Un’alternativa potrebbe essere quella di lasciare liberi gli insegnati di spostarsi sulla base di accordi tra le parti, ossia per esempio un sardo che dovrà insegnare in Puglia potrebbe chiedere ad un eventuale insegnante della Basilicata incaricato in Sardegna di operare uno scambio ottenendo così, senza nessun onere aggiuntivo per lo Stato, un grandissimo vantaggio per entrambi.
Forse rimarrebbe qualche collega insoddisfatto, ma gran parte dei colleghi dalla Sicilia al Friuli, dal Piemonte alla Puglia avrebbero la possibilità di svolgere il proprio lavoro nella loro terra in seno alla loro famiglia.
Santo Padre, noi non vogliamo il posto sotto casa, come qualcuno cinicamente e a sproposito ci accusa e l’emigrazione ha riguardato tante delle nostre famiglie, soprattutto al Sud e nelle Isole, per cercare condizioni di vita migliori. Sappiamo cosa significa, perché siamo figli di quella emigrazione degli anni 50 e 60.
Noi stiamo parlando di persone che a 40, 50 anni e più, a causa del meccanismo causato da questa legge, si trovano costretti a dover lasciare la loro famiglia e gli affetti più cari a chilometri di distanza (e nel caso dei sardi con il mare di mezzo), con l’aggravio dell’impossibilità di poterli vedere spesso poiché la retribuzione non lo consentirebbe.
Tutto ciò e benché ci sia la possibilità di avere un posto di lavoro nella propria regione, tant’è che in questi anni i docenti hanno sempre operato con amore e spirito di dedizione nelle scuole del loro territorio.
Noi vorremmo, Santo Padre, insieme a Lei, rivolgere una preghiera ai responsabili di questa legge, affinché un raggio di luce possa illuminare le loro coscienze e consentire loro di fare il proprio dovere di uomini e donne di buon senso prima ancora che politici, tutelando in primis, nelle loro azioni, l’unità imprescindibile ed il valore sacro della Famiglia.
Confidiamo in Lei e nella Sua parola perché oltre la Chiesa, in questi tempi davvero così lontani dai valori e dalle prerogative fondamentali dell’essere umano, ben poco è rimasto.
Cagliari 21/08/2015
Gruppo insegnanti precari – Le valigie del 10 agosto


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