Scuola, 4 mila docenti sardi a rischio emigrazione: la protesta

Dopo la riforma della “Buona scuola” di Renzi esplode la protesta tra gli insegnati precari sardi: “Una legge scellerata che vuole mandarci via dalla nostra terra”

Un centinaio di docenti precari sardi sotto la Regione per dire “no” all’emigrazione forzata prevista dalla riforma della “buona scuola”. Tutti con figli, genitori e valigie a seguito per simulare la partenza dall’isola. Il prossimo 14 agosto, infatti, scade il termine per presentare la domanda per il piano di assunzioni previsto dal Governo, che chiede di indicare quasi tutte le province del territorio nazionale. Per circa quattromila docenti sardi precari, inseriti nelle graduatorie ad esaurimento o vincitori di concorso del 2012, in teoria questa è un’occasione per dire addio all’incertezza delle supplenze. Ma l’assunzione prevede la certezza per migliaia di insegnanti di un trasferimento lontano da casa. 

“Siamo contrari a questa legge scellerata che vuole mandarci via dall’isola – spiega Bianca Maria Locci, insegnate precaria – Questa è una vera e propria deportazione che non risolve il problema del precariato. Vogliamo poter decidere noi il nostro futuro, e scegliere una vita normale con la nostra famiglia. Non possono decidere loro per noi”. E poi un appello alla Regione: “si deve svegliare, così dimostra di condividere il progetto di Renzi e di fregarsene dei problemi dei docenti sardi”. 

E chi in questi giorni si sta accingendo a compilare la domanda sta anche valutando la possibilità di non presentarla. Con incognite tutte da valutare soprattutto per chi ha investito in questi anni nella propria formazione per migliorare la qualità dell’insegnamento. Una “deportazione” affettivamente difficile, per le migliaia di docenti. Ed economicamente quasi impossibile. “Il magro stipendio da insegnante basterebbe giusto a sostenere le spese essenziali per un lavoro lontano da casa: alloggio, acqua, energia elettrica, trasferimenti – sottolineano i docenti – E magari anche viaggi per rivedere mariti, mogli, figli o genitori. Il rammarico più grande? La richiesta di emigrazione forzata dall’isola arriva non da un privato. Ma dallo Stato”. 

 

 

 


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