“Sanluri, così abbiamo visto nostro padre morire di Covid nella Rsa senza neanche il ricovero: addio, amato Antonio Lampis”

La triste e significativa storia di Antonio Lampis, morto di Covid nella casa di riposo di Sanluri: “Non è stato disposto il ricovero, anche se era molto grave. Ciò che ci tormenta è perché non abbiano almeno tentato di curarlo in ospedale; nostro padre aveva 94 anni, sicuramente non si sarebbe salvato lo stesso, però non riusciamo a darci pace””

A pochi giorni dalla tanto attesa “fase 2”, che segnerà molto probabilmente l’inizio della fine delle restrizioni in vigore dal 10 marzo, non si attenderà solo il percorso per una ripresa della attività quotidiane interrotte da un giorno all’altro ma, per chi ha perso un parente in questo periodo di quarantena, di potersi recare in cimitero per porgere un saluto al proprio caro.
Questo è anche il caso della famiglia Lampis di Serrenti, che a quasi un mese dalla perdita del loro amato padre, avvenuta a causa del virus Covid-19, non lo hanno nemmeno potuto salutare, tanto meno stargli  vicino negli ultimi giorni della sua vita prima che il coronavirus lo portasse via. Da dicembre era ospite presso la struttura “Divina Provvidenza” di Sanluri, una delle tante case di riposo diventata campo fertile per il covid-19. A metà marzo, dopo i primi casi accertati, viene fatto il tampone a tutti gli ospiti della struttura e quello del signor Antonio Lampis risulta positivo. Inizialmente asintomatico, dopo pochi giorni però si evidenziano i primi sintomi: malessere generale, febbre, tosse e insufficienza respiratoria. “Era circa il 3 aprile quando nostro padre – spiegano i figli – ha iniziato a stare male. I primi giorni abbiamo comunicato con lui attraverso videotelefonate. Ogni giorno stava sempre peggio. Lo abbiamo visto aggravarsi con una rapidità impressionante sino a quando non è più riuscito nemmeno a comunicare tramite telefono “.
Il giorno 11 aprile viene comunicata alla famiglia la notizia del decesso. “Gli operatori della struttura hanno richiesto l’intervento dei medici specializzati che, dopo averlo visitato, gli hanno prescritto la terapia da seguire presso la struttura. Non è stato disposto il ricovero, anche se era molto grave. Ciò che ci tormenta è perché non abbiano almeno tentato di curarlo in ospedale; nostro padre aveva 94 anni, sicuramente non si sarebbe salvato lo stesso, però non riusciamo a darci pace”. Un dolore che da quasi un mese non abbandona la famiglia Lampis come quello di migliaia di famiglie in tutta Italia, che hanno vissuto la stessa tragica esperienza e si pongono le stesse domande. Il divieto ai familiari, purtroppo essenziale per contrastare la diffusione del coronavirus, di poter stare vicino ai propri cari in questi momenti rende l’angoscia ancora più insopportabile.
Mille sono le domande che non troveranno forse mai risposta in questa dolorosa vicenda e che affliggono cuore e mente delle famiglie coinvolte.
“Ci teniamo a sottolineare quanto si sia dato da fare il personale della casa di riposo seppur stremato dal continuo lavoro e i nostri elogi nei loro confronti non sono mai mancati”. Angeli con il camice bianco, i veri eroi di questa emergenza sanitaria globale, che hanno stretto affranti le mani dei loro pazienti sino all’ultimo, cercando di donare a loro conforto e affetto. “Noi non vogliamo accusare assolutamente nessuno. Però ci preme dire – spiega la famiglia Lampis – che quanto accaduto non solo a mio padre possa essere tenuto come motivo di riflessione, perché, anche se aveva 94 anni, stava molto male e forse un ricovero in ospedale sarebbe stato necessario. La ‘Divina Provvidenza’ ha fatto sì che mio padre quel famoso 8 agosto del 1956 fosse stato trasferito in un altra miniera così da salvarlo dalla famosa e penosa strage di Marcinelle. Ma è in quella omonima è così tanto “Divina Provvidenza” di Sanluri che purtroppo questo maledetto virus lo ha portato via da noi per sempre”.


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