Cagliari, vince il ricorso contro la chiusura del locale ma il Tar gli nega 223mila euro

Davide Marchetti sceglie di aprire una sala giochi, con slot machine, in via Tola. Nel 2017 il sindaco Zedda firma l’ordinanza che vieta le slot vicino a luoghi sensibili: a meno di 550 metri c’è la chiesa di Santa Lucia. Il gestore fa causa e la vince, non apre mai il locale e i giudici, alla fine, bocciano la richiesta di risarcimento danni


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Ha vinto il ricorso contro il provvedimento di chiusura della sua sala giochi, ma il Tar gli nega il risarcimento di 223mila euro. Davide Marchetti, titolare della società MuccaMaga, rimane a bocca asciutta. Nel 2017 arriva l’ordinanza dell’allora sindaco Massimo Zedda con la quale vengono vietate le aperture delle sale giochi vicino a luoghi sensibili: a meno di 500 metri di distanza dai metri quadri presi in affitto da Marchetti, in via Tola 7b, c’è la chiesa di Santa Lucia. Marchetti fa ricorso, lo vince e chiede, tutelato dagli avvocati Pilar Sanjust e Edoardo Spinas, 223mila euro di risarcimento danni. Niente da fare: i giudici del Tar, oggi, hanno bocciato la sua richiesta. C’è il documento ufficiale firmato dai giudici (presidente Marco Buricelli, estensore Tito Aru) con tutte le varie motivazioni della bocciatura della richiesta di risarcimento. Oggi, il locale è sfitto: Davide Marchetti e i suoi soci, infatti, hanno vinto il primo ricorso dopo un anno e, nell’attesa, hanno preferito non tenere occupato un locale dove non potevano incassare un solo centesimo.

A darne notizia è anche Agipronews, l’agenzia di stampa nazionale di giochi e scommesse. Il Tar della Sardegna ha respinto il ricorso di un gestore di una sala giochi di Cagliari, che aveva chiesto il risarcimento dei danni causati da un provvedimento di interdizione del comune, dichiarato illegittimo dallo stesso tribunale in una precedente sentenza. L’esercente, riporta Agipronews, aveva infatti fatto ricorso in seguito a un’ordinanza del Sindaco di Cagliari, che ordinava la chiusura di una sala giochi del capoluogo perché troppo vicino a determinati “luoghi sensibili”. In mancanza di una normativa regionale sul distanziometro, però, il gestore aveva fatto ricorso al tribunale regionale, che aveva stabilito l’illegittimità del provvedimento. Per quanto riguarda il nuovo procedimento, il Tar però ha spiegato che “il Giudice amministrativo può affermare la responsabilità dell’amministrazione per danni conseguenti agli effetti prodotti da un atto successivamente annullato perché illegittimo” quando la violazione è “connessa a un contesto di circostanze di fatto e in un quadro di rifermento normativo” in modo che sia chiaramente visibile una «ingiustificata negligenza e imperizia dell’organo amministrativo”. Al tempo, infatti, non era stata introdotta l’attuale legge regionale sul distanziometro, che vieta l’apertura di sale gioco e l’installazione di apparecchi a una distanza inferiore a 500 metri da luoghi sensibili, norma tra l’altro introdotta in seguito a numerose ordinanze adottate dai comuni, motivo per cui secondo i giudici il quadro normativo era «tutt’altro che definito e inequivoco”, e che di conseguenza non si poteva dimostrare una “ingiustificata negligenza e imperizia dell’organo amministrativo nell’assunzione del provvedimento”. Il Tar ha poi menzionato la “normativa nazionale in vigore, seppure applicata col ricordato vizio di incompetenza in ambito comunale, che fin dal 2012 fissava la distanza minima di 500 (cinquecento) metri dai luoghi sensibili”. A seguito del cosiddetto “Decreto Balduzzi”, le regioni hanno iniziato a legiferare negli anni successivi sul tema delle distanze. Infine, il Tar ha spiegato che il risarcimento “non è una conseguenza automatica e costante dell’annullamento giurisdizionale di un provvedimento amministrativo ma richiede la verifica di tutti i requisiti dell’illecito”.


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