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Cagliari, “la favola dei falsi nuraghi: quando il sensazionalismo supera i fatti”

"I nuraghi che non ci sono: l'ennesima illusione archeologica a Sant'Elia".

di Redazione Cagliari Online
20 Marzo 2026
in cagliari, il-diavolo-sulla-sella

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Cagliari, “la favola dei falsi nuraghi: quando il sensazionalismo supera i fatti”

Cagliari si riscopre, ancora una volta, terra di “grandi rivelazioni”. Quattro archeologi, tra entusiasmo e improvvise certezze che certezze non sono, rilanciano via nota stampa una notizia destinata a fare rumore: la presenza di alcuni nuraghi nel promontorio di Sant’Elia, nei pressi della Torre del Prezzemolo. Una scoperta, dicono. Un’individuazione avvenuta – non senza un certo romanticismo narrativo – “in un’afosa giornata d’estate“.

Suggestivo? Certamente.

Reale? No. Perché qui non c’è alcun nuraghe.

O meglio: semmai, ciò che resta di qualcosa che forse lo fu. C’è una torretta fatta di pietre, ferro, cemento. Ed una citazione letteraria vecchia di 100 anni peraltro quale ipotesi. Non suffragata  da dati di scavo.

Resti smontati, compromessi, cancellati nel tempo, travolti da attività estrattive e trasformazioni militari, nell’indifferenza generale. Parlare oggi di “nuraghi” integri o riconoscibili significa piegare la realtà alla suggestione.

E allora la domanda diventa inevitabile, quasi scomoda: se quegli ammassi di pietra e cemento fossero davvero i nuraghi noti già agli inizi del Novecento, perché nessuno ha fatto nulla per proteggerli? 

Perché nessuno ha fermato la costruzione delle strutture militari che li inglobano, li soffocano tra cemento e filo spinato? Possibile che per oltre 120 anni chi aveva il compito di studiare, riconoscere e tutelare il patrimonio archeologico non si sia accorto di nulla?

Meno narrazione e più fatti: quelle pietre, segnate chiaramente da interventi con mine esplosive, provengono da una cava adiacente, successivamente trasformata in polveriera militare. Materiale di superficie, resistente e facilmente riutilizzabile, impiegato per costruire strutture di servizio come garitte.

Non nuraghi. Non resti di torri megalitiche. Ma semplice riuso edilizio, peraltro documentato da fotografie aeree storiche.

Del resto, già nel 1905 si parlava con estrema cautela. L’ipotesi di una presenza nuragica nell’area era definita “probabile”, mai certa. Un villaggio preistorico, forse. Un gruppo di nuraghi, chissà. Nulla di più.

Quel poco che eventualmente sopravvive è altrove: più in alto, in posizione panoramica, coerente con la logica insediativa nuragica. Non certo a valle, a ridosso del mare, in un contesto completamente alterato. Il paragone con strutture ben documentate e tutelate è, quindi, del tutto improprio.

Eppure, ancora una volta, la macchina del sensazionalismo si rimette in moto. Bastano poche immagini, qualche interpretazione forzata, una nota stampa ben confezionata. Ed ecco che l’ipotesi diventa scoperta, il dubbio diventa certezza, il racconto prende il posto della verifica.

Nel frattempo, si accende il tifo da social: chi crede e chi nega, chi attacca e chi difende. La politica osserva, poi interviene, cavalcando l’onda emotiva. E la verità? Resta sullo sfondo, sacrificata sull’altare del clamore.

L’archeologia non dovrebbe essere questo. Non dovrebbe inseguire titoli, ma dati. Non suggestioni, ma prove. Non narrazioni estive, ma rigore.

Perché tra ciò che immaginiamo e ciò che è realmente esistito, c’è una differenza fondamentale: la storia non si inventa. Si dimostra con competenza.

Marcello Polastri

Tags: Cagliari
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