A Cagliari la tartaruga ha 25 milioni di anni
. Orgosolo e Vietnam a un passo con i murales

Una decina di persone, una a meno di un metro di distanza dall’altro. Ma non c’è pericolo di Covid o di multe. Sono disegni. O meglio opere d’arte che si possono ammirare senza pagare il biglietto.
Il buon Pinuccio Sciola, pionieristico scultore e pittore scomparso nel 2016 a 74 anni, forse guarda dall’alto e sorride. Quello che oggi chiameremmo assembramento è un suo lavoro. Uno dei tanti murales della sua San Sperate.
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Una decina di persone, una a meno di un metro di distanza dall’altro. Ma non c’è pericolo di Covid o di multe. Sono disegni. O meglio opere d’arte che si possono ammirare senza pagare il biglietto.

Il buon Pinuccio Sciola, pionieristico scultore e pittore scomparso nel 2016 a 74 anni, forse guarda dall’alto e sorride. Quello che oggi chiameremmo assembramento è un suo lavoro. Uno dei tanti murales della sua San Sperate.

Visto in emergenza sanitaria restituisce ora un po’ di normalità e suona quasi come un segnale di speranza. In realtà è un’opera del 1981 dedicata ad Alfredino, il bambino morto nel pozzo di Vermicino. Ma il racconto di quel dramma, riletto alla luce di quello che sta succedendo, fa riflettere.

È uno dei tanti lavori che hanno trasformato San Sperate in un paese museo, ormai tappa fissa anche dei tour turistici dei crocieristi.

Cinquecento circa le opere d’arte che hanno usato come sfondo soprattutto muri e case ridipingendo il paesaggio del paese delle pesche. Non tutte di Sciola, l’artista sardo riuscì a contagiare di voglia di colorare il mondo artisti di ogni continente. D’altra parte era il 1968, c’era voglia cambiare. La prima opera straniera è del 1969, Fichi d’ india della tedesca Elke Reuter. Ma poi sono arrivati anche le creazioni del collettivo di studenti di Belle Arti di Budapest. Molto Sudamerica. E, a proposito, uno degli ultimi dei tanti reportage mondiali sul paese museo porta la firma di Rete Globo, storica emittente tv brasiliana. Con la giornalista incantata anche da un’altra meraviglia: le pietre sonore, sempre realizzate dal maestro. Sciola diceva che le rocce, stimolate nel modo giusto, suonano la colonna sonora dello spazio. Lo aveva raccontato un giorno che una delle sue creazioni era stata scelta come logo del Dass, distretto aerospaziale della Sardegna. Durante la presentazione aveva improvvisato un concerto. Ed era proprio vero, l’effetto era da film:

sembrava di navigare a bordo di una navicella spaziale. Un’artista che puntava in alto rimanendo con i piedi per terra: guardandosi intorno, alla fine dell’esibizione, aveva scelto con molto senso pratico un robusto giornalista. “Aiutami a caricare la pietra in macchina”. Arte e praticità.

Paese museo anche Orgosolo.

La nascita è sempre in quegli anni sessanta. Con la voglia di raccontare quello che succedeva nel mondo in una maniera diversa, con i disegni sui muri. Grande protagonista fu Francesco Del Casino, autore di gran parte delle opere che hanno riletto le vicende del posto, ma anche di altri posti, in una maniera spettacolare e immediata. Con riferimenti anche al Vietnam e al Cile. Risultato? Orgosolo tappa fissa dei pullman di turisti. Che, visto che c’erano, ammiravano anche la tipica e composta bellezza del paese e assaggiavano le produzioni locali. Un museo a cielo aperto che ha cambiato l’immagine del paese, in tutti i sensi. Destini comuni Orgosolo e Mamoiada, dai fatti di “nera” all’arte che cambia le carte in tavola.

Emblematico il museo delle maschere proprio di Mamoiada: un posto che racconta un carnevale unico al mondo, quello dei Mamuthones e gli Issohadores.

Ma con un lavoro che riconnette l’esperienza sarda con quelle di altre regioni del Mediterraneo. Paesi lontani e vicini: c’è spazio anche per Boes, Merdules e Filonzana di Ottana e i Thurpos di Orotelli.

La storia, come l’arte, può aprire nuovi mondi e portare il visitatore in un viaggio nel tempo. Difficile immaginarsi una Sardegna popolata di mammuth e coccodrilli. E invece era proprio così come dimostrano i reperti custoditi- ma che grazie alla digitalizzazione si possono ammirare anche sulla rete- nel museo di mineralogia “Leonard de Prunner” e di Geologia e Paleontologia “Domenico Lovisato” dell’Universitá di Cagliari.

C’è anche un fossile del coccodrillo di undici milioni di anni fa. Ma c’è pure una tartaruga che batte sul tempo il terribile rettile che fa tanta paura: ha venticinque milioni di anni. Ci sono persino i resti fossili di un mammuth. Nano, peró: reperti scovati nell’Oristanese, a San Giovanni Sinis e nel Sulcis Iglesiente, a Gonnesa. C’è anche uno spazio per la gastronomia archeologica. Con il fossile del prolagus, un roditore miscuglio tra topo e coniglio. Al “ristorante” dei nuragici era uno dei piatti più prelibati.

 

 

Contenuto realizzato in collaborazione con la Regione Autonoma della

Sardegna , Assessorato del Turismo , Artigianato e Commercio.

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