Attese infinite nei pronto soccorso, ambulanze in coda per ore, pazienti sistemati su barelle nei corridoi. Non è più emergenza, ma quotidianità. La sanità sarda è arrivata a un punto critico e, secondo il sindacato CIMO-FESMED, servono interventi immediati e strutturali.
La denuncia arriva forte e chiara da Cagliari, dove il sistema dell’emergenza-urgenza è ormai sotto pressione costante. Negli ospedali del capoluogo la saturazione dei posti letto e la carenza cronica di personale stanno mettendo in ginocchio i servizi, mentre la rete traumatologica dell’area metropolitana registra un deficit strutturale di circa 40 posti letto rispetto agli standard.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: pronto soccorso sovraffollati e tempi di attesa che possono arrivare fino a dieci ore.
«La situazione attuale non è più sostenibile», afferma Emanuele Cabras, segretario aziendale del sindacato all’ARNAS Brotzu. «Non siamo di fronte a una criticità temporanea, ma a un problema con radici profonde».
Alla crisi organizzativa si aggiunge quella economica. Secondo i dati della Ricerca ReP della Fondazione Etica, i medici sardi sono oggi i meno pagati d’Italia. Una condizione che alimenta la fuga dei professionisti e rende sempre più difficile attrarne di nuovi, aggravando ulteriormente la carenza di organico.
Nel frattempo, la Regione ha avviato il percorso per il comparto unico e la nuova contrattazione degli enti locali, con l’attivazione dell’ARAN Sardegna. Un passaggio importante, ma non sufficiente.
«Non si può ignorare che il divario più grave riguarda la sanità», sottolinea il presidente regionale del sindacato, Luigi Mascia. «I medici sardi sono gli ultimi in Italia per retribuzione».
La proposta è netta: estendere l’autonomia contrattuale anche al comparto sanitario attraverso un Contratto Integrativo Regionale per la dirigenza medica. Uno strumento che, pur nel rispetto del contratto nazionale, consenta di adattare le condizioni alle specificità dell’Isola.
Tra gli obiettivi indicati: colmare il gap retributivo con le altre regioni, introdurre incentivi per lavorare nei territori più disagiati, ridurre le disuguaglianze tra aziende sanitarie e rendere il sistema più competitivo.
Un passaggio ritenuto possibile anche alla luce di un dato cruciale: la Sardegna finanzia interamente il proprio servizio sanitario con risorse regionali.
«L’autonomia non può essere a geometria variabile», conclude Mascia. «Se vale per gli enti locali, vale ancora di più per la sanità. Perché senza medici negli ospedali pubblici, i cittadini non avranno risposte».
Il messaggio è chiaro: senza un intervento immediato sul personale e sulle condizioni di lavoro, il rischio è quello di un sistema sempre più fragile e incapace di garantire il diritto alla salute.









