“Non è più un disservizio, è una questione di dignità. E qui la dignità è calpestata”. Inizia così il racconto amaro e lucido di Francesco Restivo, che ha trascorso una notte infinita nella sala d’attesa del Pronto Soccorso dell’ospedale Brotzu di Cagliari. Un’odissea iniziata ieri alle 14:30 e non ancora conclusa alle prime luci dell’alba, tra pazienti stremati, dolori lancinanti e un sistema che sembra essere arrivato al punto di non ritorno.
La cronaca di una notte “apocalittica”
Francesco accompagna la sorella, affetta da Emoglobinuria Parossistica Notturna (EPN), una patologia rara e delicata che espone al rischio di gravi crisi emolitiche. Arrivano alle 14:30 con dolori fortissimi alle gambe e difficoltà a camminare. Il triage assegna un codice verde. “Solo alla terza rivalutazione le hanno misurato la pressione”, racconta Francesco. “Parliamo di una paziente a rischio crollo dell’emoglobina, lasciata lì, nel caos”.
Quello che Francesco descrive è un panorama desolante: “È l’apocalisse. Una sala gremita. Accanto a noi una donna sta malissimo, è costretta a sdraiarsi su due sedie con il marito che le fa da cuscino umano per ore. Si alza solo per vomitare. Qualcuno protesta, viene portato dentro, gli mettono un ago cannula e poi… lo riportano in sala d’attesa. È follia pura”.
Il sistema al collasso tra lavori e tagli
La situazione, già critica, è aggravata dalla chiusura parziale del Pronto Soccorso del Policlinico di Monserrato per lavori urgenti. “Il Policlinico lavora a metà servizio e tutto si riversa sul Brotzu. Ma la prevenzione dov’era? Perché ridursi così?”, si chiede il lettore.
Francesco non punta il dito contro il personale: “I medici e gli infermieri fanno quello che possono, è evidente. Il problema è politico. Il sistema è al collasso e la politica risponde con frasi fatte. Si sente di persone in attesa da oltre 24 ore. Sulla carta esiste un tempo massimo d’attesa, nella realtà no”.
Il “diritto” negato e la sfiducia dei cittadini
Il racconto si sposta poi sulla vita quotidiana di chi, pur soffrendo, rinuncia a curarsi per paura di finire in quell’inferno. Francesco stesso soffre da mesi di una capsulite adesiva: “Non sono andato al pronto soccorso per sfiducia. Ho preferito il dolore a casa piuttosto che l’ansia di una sala d’attesa dove l’aria è irrespirabile. Se non svieni per strada, oggi in Sardegna è meglio stare male tra le proprie mura”.
Lo sfogo tocca anche i disagi della città: i cantieri infiniti, il traffico dell’Asse Mediano, la burocrazia implacabile delle cartelle esattoriali. “Le tasse arrivano puntuali e minacciose, anche quando sono sbagliate. Ma quando chiediamo un diritto fondamentale come la salute, troviamo un muro. Non stiamo più aspettando una visita, stiamo cercando di capire se come cittadini valiamo ancora qualcosa”.











