La Sardegna rischia di perdere alcune delle sue spiagge più famose entro pochi decenni. Secondo studi scientifici e simulazioni aggiornate, tra il 2050 e il 2100 l’arretramento della linea di costa potrebbe arrivare in alcuni casi fino a 70-80 metri, con gravi conseguenze per l’ambiente ma anche per abitazioni e infrastrutture costruite a ridosso del mare. A lanciare l’allarme è Gianni De Falco, geologo marino del Cnr di Oristano, che sulla Nuova Sardegna ha parlato di un processo lento ma costante: l’erosione costiera, destinata a entrare in una fase critica già nei prossimi 20-25 anni. I dati del Piano coste regionale mostrano che circa metà delle spiagge sarde, 157 in totale, presenta criticità, molte delle quali elevate. Tra le aree più esposte figurano il Poetto e Giorgino nel Cagliaritano, Porto Giunco a Villasimius, Platamona nel Sassarese, Putzu Idu e Su Pallosu nell’Oristanese. Le analisi più recenti confermano un trend erosivo marcato lungo la costa ovest, da Buggerru a Is Arenas, e indicano uno scenario destinato a peggiorare. A questo si aggiunge il rischio idrogeologico legato alle alluvioni, già oggi molto elevato in diverse zone dell’Isola: Olbia resta uno dei casi più critici, ma livelli di rischio importanti emergono anche tra Capoterra, Uta e Decimoputzu, oltre che lungo la costa orientale a Muravera, Orosei e Posada. Il geologo distingue però tra l’erosione strutturale delle coste e gli effetti temporanei delle mareggiate, che spesso cancellano le spiagge solo per pochi mesi, come accaduto recentemente nel Golfo di Orosei. I problemi più gravi, ha spiegato De Falco, si manifestano quando la costa viene modificata e irrigidita dall’uomo con opere e costruzioni troppo vicine al mare. Se il cambiamento climatico e l’innalzamento del livello del mare stanno diventando fattori sempre più incisivi, la causa principale delle criticità attuali resta infatti l’impatto antropico. Per questo, conclude l’esperto, è ormai indispensabile ripensare la pianificazione costiera e iniziare a valutare anche lo spostamento di opere che nel prossimo futuro non saranno più sostenibili.













