È ufficiale: il terzo piano del Museo archeologico nazionale di Cagliari, dedicato ai Giganti di Mont’e Prama, è chiuso ai visitatori. Le statue sono in trasferimento a Cabras: alcune sono già arrivate a destinazione, le altre sono in partenza.
Una decisione che segna una svolta storica, ma che inevitabilmente accende anche il dibattito. Perché se è vero che i Giganti tornano nel territorio che li ha restituiti alla luce, è altrettanto vero che Cagliari è il capoluogo della Sardegna e perde uno dei suoi attrattori culturali più potenti.
Una nuova ala del museo di Cabras accoglierà l’intero complesso, riunendo definitivamente tutte le statue. Un ritorno simbolico “a casa”, nel Sinis, a pochi chilometri dall’Area archeologica di Mont’e Prama, dove furono scoperte casualmente nel marzo 1974 durante lavori agricoli.
Il trasferimento viene presentato come un atto di giustizia storica e territoriale. E in parte lo è: riportare i Giganti nel luogo della scoperta significa rafforzare l’identità culturale del territorio e creare un polo archeologico coerente tra museo e sito.
Ma la questione non è solo culturale, è anche politica e strategica.
Cagliari non è una città qualunque: è il capoluogo della Sardegna, sede delle principali istituzioni regionali e snodo turistico internazionale. Privare il Museo archeologico nazionale di uno dei suoi nuclei espositivi più attrattivi significa ridimensionare l’offerta culturale della città e spostare un flusso importante di visitatori.
Per anni i Giganti hanno rappresentato il simbolo dell’archeologia sarda nel museo statale del capoluogo. Oggi quella sala chiude, e con essa si chiude una fase.
La Sardegna si trova ancora una volta davanti a un equilibrio delicato: valorizzare i territori o concentrare i grandi attrattori culturali nel capoluogo?
La riunificazione a Cabras rafforza senza dubbio il Sinis come destinazione archeologica di primo piano, soprattutto alla luce delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della scoperta e della mostra “Mont’e Prama 1974/2024”.
Ma resta una domanda di fondo: una Regione che punta sul turismo culturale può permettersi di indebolire il museo del suo capoluogo?












