“Fogne saltate da 3 anni e liquami ovunque: condizioni invivibili nel campo nomadi di Monserrato”

L’Asce contro il Comune: “Famiglie che si trovano davanti il muro della povertà e del razzismo e che vorrebbero solo veder riconosciuto il loro diritto, a vivere in un’abitazione sana, con le condizioni minime di igiene e sicurezza”. Locci: “Grave situazione igienico sanitaria. Le famiglie vanno ricollocate in luoghi salubri”

“A Monserrato comune dell’hinterland cagliaritano, i cittadini della comunità rom locale debbano ancora lottare per vedere riconosciuti dei diritti essenziali da parte dell’amministrazione”.

Così l’attacco dell’Asce in difesa della comunità khorakhané che vive a Monserrato sin dai primi anni Novanta

“Oggi succede che, nonostante questo tempo e queste tracce, gli abitanti rom monserratini vengano ancora trattati come cittadini di serie B. Il campo, sorto nei primi anni Duemila, rappresenta una piccola area recintata, solo parzialmente piantumata, dove sono presenti una decina di casupole, alcune parzialmente autocostruite, alcune allestite dal comune come prefabbricati. Ci vivono una cinquantina di persone. Il sequestro giudiziario della parte prospiciente il campo dove le famiglie accumulavano i materiali di lavoro dello smistamento del ferro o degli articoli recuperati e da rivendere, ha costretto le famiglie a spostare i materiali all’interno, tra le casette, dove gli spazi sono diventati sempre meno vivibili”, scrive l’associizone contro l’emarginazione, “succede che da tre anni la fogna del campo sia fuori uso: dal centro dello spazio condiviso scorre un fiume di liquami che ha prima invaso uno degli ingressi e ora si riversa copioso sulla strada di accesso fino a raggiungere un tombino al centro della stessa. Per entrare al campo bisogna salire su una passerella che permette di superare il guado delle acqua di scarico. Da tre anni le famiglie chiedono al Comune di intervenire per il ripristino della fogna e delle condizioni igieniche.

Un unico intervento tecnico superficiale non ha risolto la situazione e una nuova richiesta di intervento inoltrata anche tramite la nostra associazione durante lo scorso mese di febbraio 2020 non ha ottenuto risposta alcuna.

Ma questa non è l’unica situazione di criticità: le famiglie del campo non hanno accesso a contatori singoli per la registrazione delle utenze e questo semplicemente perché, ancora oggi, dopo anni di regolare permanenza e assegnazione delle casupole, viene rifiutato ad alcuni di loro, in maniera illegittima, il rilascio di un documento o una dichiarazione che attesti le condizioni di legittimità dell’occupazione degli immobili, titolo indispensabile per ottenere l’allaccio di un contatore individuale dell’energia elettrica e per altre necessità burocratiche.

Infine, viene contestata la presenza e l’ospitalità di persone che il Comune considera non aventi titolo di permanenza al campo, pur in presenza di gravi motivi familiari.

Ci è stato riferito nei giorni scorsi che alcuni assessori e funzionarie comunali si sono presentati al campo per prendere visione della situazione ma non hanno fornito alcuna informazione rispetto al ripristino delle condizioni di vivibilità e, anzi, si sono limitati a ribadire in modo più o meno diretto la volontà che gli abitanti lascino la zona. Denunce e multe a pioggia sono lo strumento utilizzato per intimidire e indebolire le famiglie, che non cercano trattamenti di favore ma vorrebbero poter discutere le modalità per rendere vivibili gli spazi comuni e le proprie casette, nel riconoscimento delle necessità e possibilità di ciascuno di loro. Lasciare peggiorare gradualmente le cose senza discutere o provare almeno ad immaginare soluzioni differenti non può essere accettata come unica scelta istituzionale.

Dal nostro punto di vista, infatti, alimentare lo spettro dell’allontanamento per cause di forza maggiore e senza alternative, coperto da un uso strumentale della bandiera della “chiusura dei campi”, non può essere l’unica soluzione di fatto avanzata dall’amministrazione. Infatti nemmeno i fondi regionali messi a disposizione per l’inclusione abitativa delle famiglie rom sarde sono stati richiesti dall’amministrazione che ha scelto di non presentare alcuna proposta operativa di inclusione.

Nei fatti si tratta, da parte del Comune, di precludere l’unica attuale possibilità abitativa di queste famiglie senza pagare pegno, lasciando che le condizioni degenerino fino al punto di non ritorno e senza prendere impegni risolutivi.

Le richieste di ascolto delle famiglie, di discussione e confronto aperto con l’amministrazione, meritano più spazio di estemporanei blitz dove i diritti elementari delle persone non sono presi in considerazione, dove le necessità dei singoli vengono ridefinite in base a regolamenti antidemocratici e dove l’unico criterio riconosciuto è quello dell’inferiorizzazione di un’intera categoria di persone, il cui accesso ai diritti è sempre ridimensionato al dovere di lasciare agli altri l’ultima parola.

Si tratta di famiglie che, senza un aiuto istituzionale, non possono accedere ad altre soluzioni abitative. Famiglie che si trovano davanti il muro della povertà e del razzismo e che vorrebbero solo veder riconosciuto il loro diritto, come cittadini monserratini che parlano il campidanese come l’italiano e il romanès, a vivere in un’abitazione sana, con le condizioni minime di igiene e sicurezza.

Auspichiamo che l’amministrazione monserratina possa cambiare approccio a partire dall’apertura di un confronto aperto con le famiglie rom del territorio e, come ASCE, rimaniamo a disposizione per supportare e collaborare a percorsi fattivi di inclusione e riconoscimento”.

Locci. “La mia amministrazione ha già iniziato l’iter burocratico per ripristinare il condotto fognario, ostruito e danneggiato a causa dello sversamento nello stesso di liquidi e materiali non idonei al quel tipo smaltimento”, ha dichiarato il sindaco Tomaso Locci, “i sopralluoghi degli scorsi giorni hanno confermato uno scenario che denota una grave e sedimentata situazione igienico – sanitaria, già presente da lustri e solo aggravata dal problema fognario di cui sopra, che dovrà necessariamente essere risolta attraverso una ricollocazione delle unità familiari ivi insistenti in altri luoghi, anche a seguito delle situazione amministrativa dalla quale si evidenzia la mancanza delle necessarie autorizzazioni edilizie e delle relative agibilità dei moduli abitativi. Tale processo di trasferimento delle famiglie in luoghi più salubri e idonei ad una reale integrazione in particolari dei più giovani, confidiamo possa essere condotta anche attraverso la collaborazione dell’Asce e degli altri Enti Assistenziali che si occupano e si preoccupano di una reale integrazione dell’etnia Rom.”


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