Erik, morto nel silenzio: i clochard come lui a Cagliari sono 150

Ad aiutarli, i volontari della Caritas e associazioni come “Gli angeli di Sardegna”. I senzatetto trovano rifugio alla stazione, tra le vie del centro e nel quartiere San Michele.

Emergenza senza tetto a Cagliari. Sono circa 150 i clochard sparsi per la città, dietro ognuno di loro c’è una storia triste fatta di problemi economici e familiari. Come quella straziante di Erik, morto un mese fa per emorragia interna nel silenzio più assoluto, come se niente fosse successo. E senza che nessuno ne parlasse, se non il suo soccorritore che ha ancora impressi quelli occhi pieni di lacrime e gratitudine verso l’unica persona che aveva disperatamente cercato di salvargli la vita. Ma a Cagliari ci sono anche tanti clochard sardi, circa il 40 per cento: si tratta di persone che hanno perso il lavoro, genitori separati che non possono permettersi di pagare un affitto e presi dalla disperazione decidono di vivere per strada.

Fortunatamente esistono anche alcune associazioni di volontariato, oltre la Caritas, che monitorano la situazione e aiutano gratuitamente i tanti senza tetto quasi ogni giorno distribuendo viveri, vestiario, e facendo con loro una semplice chiacchierata. Come l’associazione “Gli Angeli di Sardegna”, che si occupano di Cagliari e hinterland. “Quasi ogni pomeriggio e notte – spiega il presidente Giuseppe Leori – facciamo delle ronde nelle diverse strade della città. Portiamo loro del cibo che ci viene offerto dai bar e ristoranti, a volte anche pasti caldi, ma anche coperte, sacchi a pelo e vestiario. E ci fermiamo a parlare con loro, sembra poco ma loro apprezzano molto”.

I clochard presenti a Cagliari si dividono tra le vie del centro, la stazione dei treni, il quartiere di San Michele, via Dante, e tante altre strade cittadine. “E’ difficile quantificarli – continua Leori – perché ogni giorno se ne vede uno nuovo. La maggior parte sono stranieri, ma ci sono anche molti sardi. I cosiddetti nuovi poveri: sono soprattutto genitori separati che non possono permettersi un appartamento e sono costretti a passare la notte sotto un ponte, o in strada”.