Amanda Peddio, il mistero lungo 24 anni: la scomparsa da Sestu e quella SIM usata dopo che di lei si persero le tracce
Aveva 30 anni, un marito e due figli. Dal 16 giugno 2002 nessuna certezza sulla sua sorte. Angela Marino, che da oltre dieci anni si occupa di cronaca nera, torna sul caso e riaccende l’attenzione su una vicenda segnata da telefonate misteriose, piste mai confermate e interrogativi ancora senza risposta
Sono trascorsi ventiquattro anni, ma attorno alla scomparsa di Amanda Peddio restano ancora molti punti oscuri. Aveva trent’anni quando, il 16 giugno 2002, sparì da Sestu, nel Cagliaritano, lasciandosi alle spalle il marito, due figli e una casa nella quale rimasero gran parte dei suoi effetti personali. Il suo nome figura ancora nell’archivio delle persone scomparse di Chi l’ha visto?.
A riportare in queste ore l’attenzione sulla vicenda è Angela Marino, che da oltre dieci anni si occupa di cronaca nera, ripercorrendo sui social i passaggi più controversi di un caso nel quale, a distanza di oltre due decenni, manca ancora una risposta alla domanda principale: che cosa accadde realmente ad Amanda quella notte?
La sera del 16 giugno 2002 in casa ci sarebbe stata un’accesa discussione. Intorno alle 23.30 Amanda inviò a una persona a lei vicina un messaggio nel quale manifestava un profondo malessere e diceva di sentirsi maltrattata. La mattina successiva non era più in casa. Secondo la ricostruzione conservata negli archivi di Chi l’ha visto?, lasciò vestiti ed effetti personali, mentre risultavano mancanti le schede dei cellulari. In casa rimasero anche i telefoni, le chiavi dell’auto, la borsa e la fede nuziale. Secondo quanto riferito all’epoca dal marito, Amanda avrebbe portato con sé anche del denaro.
In un primo momento prese corpo l’ipotesi di un allontanamento volontario. Una delle piste conduceva nel Lazio. Da mesi Amanda era infatti in contatto con una comunità di Tor San Lorenzo, nel territorio di Ardea, alla quale aveva scritto raccontando i propri problemi. Uno dei responsabili, Marcello Pedrazzi, dichiarò però di non averla mai incontrata personalmente.
È soprattutto ciò che accadde dopo la scomparsa ad alimentare ancora oggi gli interrogativi.
Dai tabulati emerse infatti che una SIM riconducibile ad Amanda sarebbe stata utilizzata quando della donna si erano già perse le tracce. La mattina successiva alla scomparsa, intorno alle 7.30, ci sarebbe stato un tentativo di contatto verso la sorella di un’amica; un altro il 4 luglio. Dalla scheda sarebbe inoltre partito uno squillo diretto proprio a Pedrazzi. Nessuna di queste chiamate, tuttavia, portò a una conversazione capace di dimostrare che dall’altra parte ci fosse Amanda.
Poi la vicenda si spostò idealmente in Campania. Pochi giorni dopo la scomparsa, secondo le ricostruzioni dell’epoca, ai familiari sarebbe arrivata una misteriosa telefonata proveniente da un ospedale di Pozzuoli. Una comunicazione durata pochissimo, senza che si riuscisse poi a trovare nella struttura una traccia certa della presenza della trentenne sarda.
Undici anni dopo, nel 2013, la pista campana tornò prepotentemente alla ribalta. Alcune segnalazioni arrivate a Chi l’ha visto? indicarono una donna senza fissa dimora che, secondo alcuni telespettatori, avrebbe potuto essere Amanda. Una donna ritenuta somigliante alla scomparsa fu individuata anche a Sant’Anastasia, ma gli accertamenti esclusero che si trattasse di lei.
Proprio nel 2013 arrivò un altro passaggio importante: la Procura di Cagliari riaprì l’indagine sulla scomparsa, dopo le istanze presentate dai familiari.
Da allora, però, nessun elemento ha consentito di mettere definitivamente la parola fine al mistero.
Ed è proprio uno dei dettagli delle prime ore a continuare a pesare sulla vicenda: chi utilizzò la SIM di Amanda dopo la sua scomparsa? Era davvero lei ad averla con sé? E, se sì, dove si trovava? Oppure quella scheda era finita nelle mani di qualcun altro?
Domande che, a ventiquattro anni da quella notte di giugno, continuano a tenere aperto uno dei misteri irrisolti della cronaca sarda.












