28 febbraio, 75 anni fa i bombardamenti su Cagliari: il ricordo di Marco Coni

75 anni fa i bombardamenti del 28 febbraio su Cagliari: il ricordo degli eventi nelle parole di Marco Coni, avvocato, 89 anni

Sono passati 75 anni da quel giorno terribile dell’anno horribilis 1943, quando la città di Cagliari venne colpita assai duramente dai bombardamenti alleati, che ne provocarono l’evacuazione. Oggi intervistiamo un testimone d’eccezione, l’avvocato Marco Coni, classe 1929, noto al pubblico per aver scritto dei libri sull’argomento, “La portaerei del Mediterraneo” e “La Sardegna portaerei a stelle e strisce”.

Chiediamo all’avvocato di raccontarci alcuni episodi di quella particolare giornata, da lui vissuti in prima persona.

“Sono un sopravvissuto del 28 febbraio. Era una domenica. Ricordo un cielo azzurro e un freddo intenso. Allora potavo i calzoni corti, come tutti i ragazzi dell’epoca. Mi trovavo nel corso Vittorio Emanuele, in fila davanti alla bottega del fornaio per ritirare la razione quotidiana del poco pane per tutta la famiglia, appena 100 grammi a persona. Erano le 12.30, il sole scaldava appena i corpi infreddoliti a causa dell’inverno della fame e della guerra. Anche le nostre case erano gelide in quanto prive di qualunque forma di riscaldamento e per di più senza vetri, perché caduti a causa dei bombardamenti dei giorni precedenti. Il freddo era ormai atavico. In lontananza udimmo un rombo, costante, familiare per noi già avvezzi a quel suono per averlo sentito tante volte. Nessun allarme aveva preannunciato l’arrivo degli aerei americani, si udì direttamente il sibilo delle bombe che iniziarono a cadere sulla città. Immediatamente ci rintanammo dentro la bottega, fu un momento e il soffitto venne giù. In quell’istante pensai di esser sul punto di morire. Per fortuna si fermò aa appena un metro dalle nostre teste. Frammenti di palazzi crollanti si spandevano ovunque e una polvere spessa di calcinacci ci avvolse. I boati sono ancora vivi e presenti nelle orecchie e nelle menti di chi ha vissuto quella tragedia. Ci furono diverse ondate di bombardamenti con l’intervallo di appena 10-15 minuti gli uni dagli altri. Quando finalmente cessarono dopo circa un’ora, lo spettacolo fu agghiacciante: i palazzi continuavano a crollare e la polvere era ovunque. Fortunatamente nel luogo in cui mi trovavo non ci furono vittime. Ancora con la tessera annonaria in mano, non persi la lucidità, ma presi il pane e corsi a casa.

Nonostante i bombardamenti precedenti, la città era operativa, le scuole e qualche cinema erano ancora aperti e la stazione in funzione. Ma la domanda che più circolava tra la popolazione era: perché le forze alleate si accaniscono così contro Cagliari? Oltre che per terrorizzare i civili, lo scopo era che si voleva far credere e un prossimo sbarco in Sardegna da parte delle forze anglo-americane. Infatti non fu solo il capoluogo ad essere bombardato a tappeto, ma tutte le zone costiere in cui sorgevano dei porti navali. Quello del 28 febbraio fu il primo di una serie di bombardamenti spaventosi. In previsione di un imminente sbarco nell’isola, la Germania aveva inviato la 90a divisione tedesca “Panzer Granadier”, costituita da 30 mila uomini ben addestrati in assetto antisbarco, che affiancò la seconda divisione italiana motorizzata “Nembo”.

La popolazione fuggiva a piedi, terrorizzata, dalla città in rovina. I pochi treni ancora in funzione non si fermavano più alla stazione, ormai distrutta, ma al Consorzio agrario di San Paolo, a Sant’Avendrace, dove la gente prendeva d’assalto questi treni merci per poter fuggire il più lontano possibile, dopo aver abbandonato in fretta e furia le loro case, per raggiungere i paesi poco distanti, Settimo, Sinnai e Maracalagonis. In città mancava tutto, il gas, l’acqua, il cibo…

Quale messaggio possiamo dare alle nuove generazioni?

“Le ideologie totalitarie del secolo scorso hanno tutte fallito e sarebbe un grave errore cercare di tornare indietro. La storia non lo permette. Pur con tutti i suoi difetti non c’è un’alternativa alla democrazia, per la quale bisogna sempre combattere per migliorarla. Non dobbiamo stare a guardare solo il nostro orticello, bisogna conoscere gli altri per confrontarci e capire sempre meglio. Soprattutto per i giovani è importante riuscire a sviluppare una coscienza europea comune, come avviene oggi grazie ai progetti Erasmus, per non commettere più gli stessi errori del passato.”

 


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