Oggi quella tradizione è quasi scomparsa”.
È stato presentato pochi giorni fa il programma per la festa di Sant’Elena che ha raccolto critiche e malcontenti per la parte civile: il programma infatti non fa impazzire e i cittadini non nascondono il malcontento a suon di post e commenti social. È lontano il ricordo di quando Raf aveva fatto incetta di spettatori in piazza Sant’Elena, prossimamente infatti si esibirà “solo” una cover band e verranno sparate le indimenticabili hit degli anni’90. Il motivo? Pochi fondi raccolti, in sintesi, una problematica comune a tanti territori che per riempire il fondo cassa tentano ogni strategia, anche di marketing. Ma non sempre i comitati e le associazioni riescono nell’impresa e alla fine si “compra” con quello che si ha in tasca. Spiega bene le difficoltà Tonio Pani: “Le feste patronali in Sardegna sono cambiate. E forse, prima ancora delle feste, è cambiato il mondo che le circonda.
C’era un tempo in cui la festa del paese cominciava molto prima del giorno della processione. Cominciava nelle strade, nelle case, nei rapporti tra le persone. C’era la questua: i componenti del comitato passavano di porta in porta e ciascuno dava ciò che poteva. Non era soltanto una raccolta di denaro. Era un modo per sentirsi parte della festa.Oggi quella tradizione è quasi scomparsa, salvo poche realtà che ancora resistono. E quei pochi volontari che continuano a girare per le case, spesso persone perbene che sottraggono tempo alla famiglia e al lavoro per devozione verso un Santo o una Santa, si trovano davanti citofoni che rimangono muti e porte che non si aprono.
E qualche volta devono persino sentirsi dire: «I soldi li volete per voi!»
oppure: «Basta con queste feste, non ci fate dormire!»
Sono frasi che fanno male non soltanto a chi le riceve. Sono segnali inequivocabili di un mondo che cambia, nel quale ciò che un tempo apparteneva alla comunità rischia di essere percepito come qualcosa che riguarda soltanto pochi volenterosi.
Eppure, quando arriva il giorno della festa, tutti vorremmo le luminarie più belle, il palco più grande, gli artisti più importanti, una processione impeccabile e magari il cantante nazionale capace di riempire una piazza.
Ma quanto costa tutto questo?
Un artista nazionale di buon richiamo può costare 50.000 euro e spesso molto di più. E l’artista è soltanto una voce del bilancio.
Dietro una serata ci sono palco, service audio e luci, tecnici, sicurezza, transenne, pratiche amministrative, autorizzazioni, assicurazioni, SIAE, piani di sicurezza, assistenza sanitaria, personale, energia elettrica, pulizie e mille altri adempimenti che il pubblico normalmente non vede.
Il pubblico vede due ore di spettacolo.
Il comitato vive mesi di preoccupazioni.
Ed è proprio questo il punto.
È troppo facile giudicare una festa soltanto dal nome scritto sul manifesto. È facile dire che “una volta le feste erano più belle”, che “quel cantante non è abbastanza importante”, che “il programma è povero”.
Più difficile è chiedersi: con quali risorse è stato costruito quel programma? Quante porte sono state bussate? Quante sono rimaste chiuse? Quanti volontari hanno lavorato gratuitamente? Quante responsabilità si sono assunti?
Non significa che i comitati siano esenti da critiche. Trasparenza, capacità organizzativa e buona amministrazione devono sempre esserci quando si gestiscono risorse raccolte nel nome di una comunità.
Ma una cosa è chiedere trasparenza, un’altra è mettere sulla gogna chi si assume l’onere di organizzare ciò che noi pretendiamo di trovare già pronto.
Forse dovremmo recuperare un principio molto semplice: una festa patronale non appartiene al comitato. Appartiene alla comunità.
Il comitato ne è, per un periodo, soltanto il custode.
E se una comunità smette di partecipare, di contribuire e persino di aprire la porta a chi fa la questua, non può poi pretendere che dall’altra parte di quella porta qualcuno riesca, quasi per magia, a costruire la grande festa di un tempo.
Perché le tradizioni non muoiono quando manca un grande artista sul palco.
Cominciano a morire quando manca una comunità sotto quel palco”.











