USB Sanità: i dati ISTAT certificano il ridimensionamento della rete ospedaliera in Sardegna e il crollo dei posti letto. Tra il 1996 e il 2023 i posti letto ordinari sono passati da 6,4 a 2,9 ogni 1.000 abitanti. Sempre più cittadini rinunciano alle cure: servono investimenti, personale e il rilancio della sanità pubblica.
I dati Istat sul sistema sanitario regionale mettono in evidenza un cambiamento profondo della sanità sarda negli ultimi decenni.È il quadro che emerge dall’audizione dell’Istat nell’ambito dell’indagine conoscitiva della XII Commissione Affari sociali della Camera sull’attuazione dei Livelli essenziali di assistenza e sull’erogazione delle prestazioni sanitarie nelle Regioni.
Il dato più significativo riguarda la dotazione ospedaliera: i posti letto ospedalieri ordinari sono passati da 6,4 ogni 1.000 residenti nel 1996 a 2,9 nel 2023. In 27 anni la disponibilità di posti letto si è più che dimezzata, portando la Sardegna sotto la media nazionale del 2023, pari a 3,0 posti letto ogni 1.000 residenti.
La riduzione della rete ospedaliera si è inserita in un contesto nel quale i bisogni sanitari della popolazione sono diventati più complessi. La Sardegna presenta una popolazione anziana e con una crescente necessità di assistenza continuativa: secondo i dati sulla multimorbilità, nel 2025 il 57,5% delle persone con 65 anni e più presenta più patologie, contro una media italiana del 55,5%.
Anche il tasso di dimissione ospedaliera ha registrato una forte riduzione: in Sardegna si è passati da 151,3 ricoveri ogni 1.000 residenti nel 1996 a 75,2 nel 2023. La diminuzione dei ricoveri è un fenomeno che riguarda l’intero sistema sanitario nazionale ed è collegata anche all’evoluzione dei modelli assistenziali, ma in una regione caratterizzata da vaste aree interne, distanze geografiche e difficoltà di collegamento rende ancora più importante una rete territoriale realmente capace di garantire continuità di cura.
Il tema dell’accesso alle prestazioni sanitarie resta centrale. Le difficoltà legate ai tempi di attesa per visite specialistiche, esami diagnostici e prestazioni ambulatoriali rappresentano una delle principali criticità vissute dai cittadini. Per USB Sanità le liste d’attesa non possono essere affrontate soltanto con interventi straordinari o soluzioni temporanee, ma richiedono un rafforzamento stabile della capacità del servizio sanitario pubblico di erogare prestazioni.
Le liste d’attesa sono il risultato di diversi fattori: disponibilità di personale, organizzazione dei servizi, dotazione tecnologica, spazi e capacità complessiva delle strutture di rispondere alla domanda di salute. Ridurre i tempi di attesa significa quindi aumentare la capacità del sistema pubblico, non soltanto intervenire sull’emergenza.
I dati Istat evidenziano inoltre un elemento importante: in Sardegna il numero di medici specialisti è pari a 4,4 ogni 1.000 residenti nel 2024, un valore superiore alla media nazionale di 3,7.
Questo dato dimostra che la crisi della sanità non può essere spiegata soltanto con la mancanza di medici. Avere un numero complessivo di specialisti superiore alla media nazionale non significa automaticamente garantire una distribuzione uniforme dei servizi sul territorio. In una regione estesa come la Sardegna, caratterizzata da aree interne, distanze geografiche e territori con maggiore difficoltà di collegamento, la disponibilità effettiva di specialisti dipende anche dalla capacità di garantire presenze stabili, continuità assistenziale e servizi realmente accessibili ai cittadini.
Una sanità efficiente, inoltre, non si costruisce con una sola categoria professionale. Un medico non lavora da solo: servono infermieri, operatori socio-sanitari, tecnici, personale amministrativo e tutte le figure necessarie al funzionamento dei servizi. Senza una squadra completa, senza strutture adeguate e senza una corretta organizzazione, anche la presenza di professionisti qualificati non riesce a trasformarsi automaticamente in risposte efficaci per la popolazione.
Il dato sui posti letto è emblematico: mentre aumentavano i bisogni di cura legati all’invecchiamento e alla cronicità, la capacità ospedaliera veniva ridotta. Questo ha prodotto una maggiore pressione sui servizi rimasti attivi e sulle lavoratrici e sui lavoratori chiamati ogni giorno a garantire assistenza in condizioni sempre più difficili.
La realizzazione delle Case della Comunità e degli Ospedali di Comunità può rappresentare un’opportunità per rafforzare l’assistenza territoriale, ma solo se accompagnata da investimenti reali, personale stabile e servizi effettivamente funzionanti.
USB Sanità evidenzia il rischio che queste strutture vengano utilizzate come una risposta formale alla crisi del sistema sanitario, senza affrontare le cause profonde delle difficoltà: la riduzione della capacità ospedaliera, la carenza complessiva di organici, le difficoltà organizzative e la necessità di garantire continuità assistenziale nei territori.
Una Casa della Comunità senza medici, infermieri, operatori sanitari e servizi integrati rischia di essere soltanto un edificio senza una reale capacità di presa in carico dei cittadini.
Un Ospedale di Comunità senza personale adeguato, senza stabilità lavorativa e senza un collegamento efficace con gli ospedali e con la rete territoriale rischia di non svolgere pienamente la funzione assistenziale per cui è stato previsto.
La sanità territoriale deve essere un investimento aggiuntivo e non il sostituto di una rete ospedaliera indebolita.
La Sardegna dispone di professionalità sanitarie importanti, ma il problema è trasformare queste risorse in un servizio pubblico capace di rispondere ai bisogni dei cittadini. Servono programmazione, assunzioni stabili, valorizzazione delle competenze, distribuzione equilibrata dei servizi e condizioni di lavoro che permettano agli operatori di svolgere il proprio compito.
La sanità pubblica non si rilancia soltanto costruendo nuovi edifici. Si rilancia investendo nelle persone che ogni giorno garantiscono il funzionamento degli ospedali e dei servizi territoriali.
“I dati Istat raccontano una realtà precisa: la Sardegna ha ridotto la propria capacità ospedaliera mentre aumentavano i bisogni di cura. Sempre più cittadini rinunciano alle cure: servono investimenti, personale e il rilancio della sanità pubblica. La risposta non può essere una nuova stagione di ridimensionamenti, ma un investimento concreto nella sanità pubblica, nei territori e nelle lavoratrici e nei lavoratori che la fanno vivere.”












