Cagliari, “i rifiuti nella borsa di mio papà morto di Covid? Non sono suoi”

Non ci sta, Federica Ragazzo, figlia del 68enne deceduto a causa del virus al Ss. Trinità. Dall’ospedale hanno spiegato che “la borsa è stata aperta dopo un mese”. Ma la giovane controbatte: “Si tratta di un altro borsone, dentro c’erano moscerini e vermi”

La catenina? Ritrovata, “sono andata oggi a prenderla all’ospedale. Ma i rifiuti nel borsone di mio padre non sono i suoi”. Non ci sta, Federica Ragazzo, figlia del 68enne deceduto a causa del Covid al Ss. Trinità. La polemica era scoppiata qualche giorno fa: “Mio padre morto di Covid a Cagliari, dentro la sua borsa rifiuti in decomposizione”. Oggi, dall’ospedale è arrivata la replica, molto dettagliata: “La figlia del paziente ha chiamato poco prima di Natale per dirmi che tra gli effetti personali del padre mancava una collanina d’argento”, racconta l’infermiera, “non aveva molto valore, ma per loro un grande valore affettivo. Le ho confidato che se fosse successo a mio padre rivorrei anche una calza bucata”, racconta, “abbiamo pianto insieme perché noi viviamo un carico emotivo ormai più grande di noi, siamo emotivamente coinvolti con i pazienti e con i loro parenti che disperati, non possono parlare con i loro cari. Ci facciamo carico di questa disperazione e non riusciamo a liberarci dal pensiero di ciò che succede in reparto, nemmeno quando stiamo a casa con i nostri bambini. Le ho assicurato che l’avrei cercata, lei mi ha confidato che il borsone del padre – deceduto intorno al 20 novembre – era stato aperto solo un mese dopo per ragioni emotive, il dispiacere era troppo”.

Ma la giovane, sempre oggi, ha presentato una denuncia ai carabinieri: stando a quanto riportato nel documento ufficiale, per la Ragazzo la borsa “incriminata” è un’altra, ricevuta in un secondo momento: “Il 22 gennaio 2021 mi sono recata in ospedale presso il reparto di Cardiologia per ritirare i rimanenti effetti personali di mio padre. Inizialmente c’è stata un po’ di confusione e difficoltà nel risalire al luogo dove erano stati depositati, al punto che mi hanno chiesto di ritornare un altro giorno”. Alla fine, però, “dopo aver insistito”, la borsa è stata consegnata “da un’infermiera, si è scusata poiché in servizio da poco tempo”. Sopra la busta “erano poggiati molti moscerini. Mi è stato comunicato che non c’era necessità di attendere per aprire. Abbiamo in ogni caso atteso due giorni e il 24 gennaio abbiamo aperto la busta, facendo l’amara scoperta che all’interno di essa c’era il borsone di mio padre tra i cui indumenti c’erano piatti, posate e bicchieri di plastica sporchi di cibo della mensa ospedaliera in decomposizione e assaltati da insetti e muffe”. Federica Ragazzo, contattata da Casteddu Online, aggiunge che “non ho nulla contro gli infermieri e chi lavora nell’ospedale, non voglio accusare nessuno. Ho denunciato lo stesso, anche se ho ritrovato la catenina di mio padre, proprio per la spazzatura, non sua, trovata dentro la borsa: è una questione di principio”.