Asarp, ecco come si deve tutelare la salute mentale

Martedì 14 luglio, nella sede dell’associazione dei familiari Asarp, si è svolta la conferenza stampa sul sistema dei servizi di salute mentale presenti in Sardegna

L’associazione chiede l’apertura di un tavolo di confronto regionale al fine di definire entro 12 mesi un sistema operativo dei servizi di salute mentale di comunità orientato alla guarigione nel pieno rispetto dei diritti umani. L’Asarp propone alla giunta regionale un cambio di rotta che valorizzi le risorse umane, finanziarie e culturali indirizzate alla restituzione di una vita normale fatta di lavoro, di casa e di relazioni affettive. Per la presidente dell’Asarp Gisella Trincas “La situazione di forte criticità in cui versano i servizi di salute mentale sul nostro territorio regionale necessita di essere esaminata al fine di confrontarci e trovare soluzioni”.
Un investimento per il futuro. Il diritto alla salute, e quindi alla salute mentale, è un diritto costituzionale che si traduce in accesso alle cure e ai trattamenti nel rispetto del principio della dignità della persona umana. Per la società una buona salute mentale contribuisce alla prosperità, alla solidarietà e alla giustizia sociale. È fondamentale riportare il singolo ad essere consapevole delle proprie capacità, ad affrontare le normali difficoltà della vita, a lavorare in modo utile e produttivo.

Ambulatori o Centri di salute mentale? Per la presidente Trincas in Sardegna i servizi psichiatrici offerti sono prevalentemente di tipo ambulatoriale in quanto non rispondono ai requisiti normativi regionali, nazionali e comunitari: “Il Piano Regionale Salute Mentale 2006/2008 prevede l’apertura di centri di salute mentale aperti per almeno 12 ore al giorno 7 giorni su sette. Attualmente non esistono Centri Diurni di salute mentale territoriali della tipologia indicata dal Piano regionale, con una propria équipe multidisciplinare, separati dal centro di salute mentale ma in rete con esso e con gli altri servizi del territorio. Tale situazione comporta inoltre l’invio di cittadini sardi in comunità extra regione con aggravio dei costi per la collettività e fallimento dei percorsi riabilitativi”.

Più operatori della salute mentale. L’associazione dei familiari entra nel merito della presa in carico delle persona con disturbo mentale chiedendo che venga garantita da una équipe multidisciplinare che deve prevedere necessariamente la figura dello psicologo, dell’assistente sociale e del tecnico della riabilitazione.

Guarire si può, ma con casa, lavoro e affetti. Nella Psichiatria di Comunità i servizi di salute mentale sono orientati alla Recovery: un processo che ha l’intento di restituire alle persone un ruolo attivo e soddisfacente nella comunità, promuovendone i diritti, l’autodeterminazione, e l’emancipazione.
Il Progetto personalizzato è costruito sulla e con la persona interessata e tiene conto dei suoi bisogni e delle sue preferenze. La buona riuscita del percorso richiede non solo partecipazione e condivisione, ma assunzione piena di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti (servizio, famiglia, utente, rete sociale). La Psichiatria di Comunità orientata alla recovery, inoltre, dispone di servizi psichiatrici di diagnosi e cura per le emergenze con le porte aperte e privi di qualunque misura coercitiva non consentita dalla legislazione italiana.

Non solo farmaci. In Sardegna non esiste prevenzione nel campo della salute mentale, né campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte alla generalità della popolazione. Il percorso di cura consiste, per la maggior parte delle persone, nella prescrizione e somministrazione di psicofarmaci e in visite di controllo periodiche. Per Gisella Trincas “Il ricorso alla farmacoterapia come strumento prioritario di cura è massiccio e non si garantisce la più ampia informazione sui benefici degli psicofarmaci e sugli effetti collaterali degli stessi. L’Asarp sostiene che le persone debbano essere adeguatamente sostenute anche quando chiedono di interrompere le cure farmacologiche. Su questa questione, si sta avviando in Italia, finanziato dal Ministero della Salute, il progetto sperimentale Open Dialogue sul modello di trattamento finlandese, in cui l’uso degli psicofarmaci avviene solo nel 30% dei casi”.

Servizi aperti 24 ore e 7 giorni su 7. Per l’associazione dei familiari di Via Romagna: “la scelta dell’organizzazione dei servizi territoriali di salute mentale deve basarsi sulle 24 ore e 7 giorni su 7, con relativi posti letto di accoglienza temporanea, deve ritornare centrale e prioritaria se si vogliono dare risposte tempestive e adeguate ai bisogni di salute mentale dei cittadini”.