8 Marzo: “Non possiamo rinviare le battaglie che mettono al centro i diritti delle donne”

8 marzo: “Non possiamo spegnere i riflettori su una battaglia come quella contro la violenza sulle donne”


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Se è vero che quest’anno il tono mediatico dell’8 marzo è inevitabilmente ridimensionato dall’allarme coronavirus, è altrettanto vero che non possiamo spegnere i riflettori su una battaglia come quella contro la violenza sulle donne; una battaglia, va detto, che come tante altre istanze civili del nostro tempo continua ad essere determinante, oltreché inderogabile. Per questo è necessario preservarla da ogni pericolo di smarrimento e da ogni cedimento all’arresa. Oggi più che mai. Anche nella profonda incertezza che viviamo di questi giorni.

Difficile spostare l’attenzione da quanto sta avvenendo in Italia e nel mondo, però è nostro dovere provarci, riportare il nostro impegno sulla normalità di tutti i giorni, su quelle grandi emergenze che in poche settimane sono diventate improvvisamente emergenze di secondo ordine, quasi estinte. Ecco: è qui che vive il vero significato di questo 8 marzo. Non permettere che niente e nessuno possano relegare la complessità di una battaglia come quella sul genere e l’antiviolenza ad una partita da rinviare, ad un problema da valutare più in là, ad un’urgenza negata. Vale per l’8marzo, ma vale anche per tutte le battaglie che mettono al centro i diritti, la libertà, l’uguaglianza

Non possiamo, né dobbiamo arretrare. E non si tratta di una comparazione fra ciò che è più importante e ciò che è meno importante; fra il tema salute e il tema violenza. No. Si tratta invece di sollevare il livello del nostro impegno, di migliorare la qualità della nostra consapevolezza. Come cittadini e come esseri umani.

In Italia, l’ultimo rapporto «Making the Connection» di WeWorld ha lanciato l’allarme qualche mese fa: a subire violenza e maltrattamenti sono circa 6 milioni e 788mila donne, un numero che, in otto casi su dieci, si trasforma in un esito tragico.

In Sardegna gli ultimi dati ci parlano di un numero di femminicidi disarmante. La nostra Isola infatti è al secondo posto in Italia per numero di donne uccise nel triennio 2016-2018 e ai primi posti per numero complessivo di delitti. Non solo. La Sardegna registra anche un altro record negativo con l’aumento delle donne uccise in ambito familiare e l’incremento degli omicidi per mano dei partner (1,15 su 100mila abitanti).

La violenza però non conosce confini. A livello mondiale, in proporzione, va anche peggio. Ogni anno sono 1,2 miliardi le donne che subiscono violenza: 50mila di loro vengono uccise per mano maschile.

Uno scenario che si ripercuote anzitutto su minori, equilibri educativi, figli e figlie. Ovvero, per molti aspetti, la nuova frontiera di tutela dei centri antiviolenza.

Certo, oggi questi numeri non creano la stessa angoscia che incutono altri numeri – per assurdo, questi ultimi, più contenuti rispetto ai primi – però servono a ricordarci che quando l’emergenza coronavirus troverà un punto di controllo e una fisiologica sedimentazione mediatica, allora sì, dovremo farci trovare pronti e pronte ad un mondo che ha ancora bisogno di chi lotta contro la violenza. Questo è il vero 8marzo che ci attende quest’anno.


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