Sardegna, svolta del sindaco grillino: fascia tricolore…con i 4 mori

Mario Puddu, sindaco del M5S ad Assemini, lancia l’idea mai sperimentata dai politici sardi: “Guardatela, voglio indossare la fascia tricolore con sopra i quattro mori della bandiera sarda. Perchè la Sardegna è abbandonata dall’Italia nei suoi problemi più veri”

di Mario Puddu, sindaco di Assemini

Vorrei rendervi partecipi di una cosa che mi sta molto a cuore: la mia intenzione di indossare, se mai capiterà l’occasione, la fascia tricolore con sopra i quattro mori della bandiera sarda.

Chi mi conosce sa che ho un rapporto conflittuale con la fascia tricolore e con l’istituzione statale nazionale, e tuttavia perfino il più distratto potrebbe obiettare che anche io, essendo sindaco, sono parte di quella stessa istituzione. 
Verissimo. 
Il fatto è che non ho avuto scelta: se volevo rendermi utile e impegnarmi per il bene della mia città potevo farlo solo assumendo il ruolo più rappresentativo.

E comunque il mio rapporto col potere centrale sarà pure conflittuale ma è rispettoso, sicuramente più di quanto sta mostrando di essere lo stato italiano nei confronti della nostra isola.

I motivi sono tanti, ma ne cito almeno due grandi come una casa, anzi grandi come un’isola.
Per colpa sia di noi sardi che non siamo mai stati in grado di difenderla sia delle persone che abbiamo sempre delegato a rappresentarci, la Sardegna è considerata una colonia, una terra – per fare un esempio − col primato indiscusso di superficie adibita a servitù militari.
Così a Roma come in via Roma, i rappresentanti istituzionali non sono mai stati in grado di colmare il divario costituito dalla nostra insularità, anzi casomai accentuandolo fino a fargli raggiungere, l’estate scorsa, il livello più basso mai visto, con la pessima e scandalosa gestione del sistema trasporti.
Non sto sparando a zero sulla Croce Rossa, guardo semplicemente in faccia la realtà.

Finora ho parlato da sardo, pur risparmiandovi un elenco che potreste completare voi all’infinito.
Ma se vi parlo da sindaco, la mia rabbia nei confronti delle istituzioni arriva agli stessi livelli.
Io lo dico sempre, ma in effetti tutti riconoscono che il ruolo del sindaco è il più difficile e non c’è attività politica che lo eguagli per rapporto diretto coi propri cittadini-datori di lavoro. Perché, se lo svolgi come dovrebbe essere svolto, sei a contatto continuo con i cittadini, con i loro problemi e con tutto ciò che quotidianamente non va per il verso giusto.

Da tanti anni, ormai, gli enti locali e i sindaci sono abbandonati al proprio destino dallo stato, soprattutto a livello economico-finanziario. 
Il governo italiano è sempre più succube dell’Europa, ma questo mostro non è l’Europa che avevano pensato i nostri padri, non è un’Europa nel senso della comunità, questa è l’Europa delle banche, delle multinazionali e dei poteri talmente forti da condizionare la nomina dei capi del governo in Italia (gli ultimi tre non sono passati per il voto dei cittadini), che a loro volta rispondono a quei poteri per farsi belli in Europa, per rispettare il noto “patto di stabilità”, i famosi vincoli di bilancio eccetera.

Loro si fanno belli in Europa e lasciano l’onere di metterci la faccia e la fascia a noi sindaci, che siamo gli unici ad avere un rapporto diretto coi nostri cittadini, perché è facile governare da Roma con i soldi che i sindaci sono costretti a chiedere ai propri cittadini. 
In oltre settant’anni di repubblica non si era mai visto uno stato che ruba parte delle entrate tributarie degli enti locali, laddove prima era il contrario: era lo stato a cedere ai comuni parte dei prelievi fiscali.

In questi tre anni ho percepito sgradevolmente il peso della volontà di trattarci da sudditi, chiamato ogni giorno a fare da esattore dei balzelli imposti dal governo. E a un certo punto arriva la presa di coscienza che bisogna fare qualcosa per tentare di sciogliere − almeno formalmente − questo cappio che stringe il collo e il cuore di noi cittadini. 
Insomma, tutto questo per spiegare il motivo per cui, nei 19-20 mesi che mi separano dalla fine del mio mandato, se e quando userò la fascia tricolore la indosserò applicandovi sopra la bandiera sarda dei quattro mori come segnale di identità, come volontà di resistenza, e non certo come simbolo del governo regionale, da cui non mi sento affatto rappresentato per la sua incapacità (oggi come in passato) di dare valore alla nostra autonomia anche in tema fiscale. 
Come forma di protesta potrei anche scegliere di non usare per nulla la fascia tricolore, ma il rispetto che ho per la carica che rivesto assume il livello più alto proprio nel momento in cui porto la fascia, che simboleggia tutti i ventisettemila cittadini asseminesi, miei datori di lavoro, che io rappresento e a cui devo rendere conto in quanto loro dipendente. 
Porterò dunque la fascia, ma apponendovi i quattro mori.
Solo in questo modo e a queste condizioni potrò accettare di indossare la fascia tricolore.