Primo Pantoli non c’è più, un artista non sardo unico per la Sardegna

Ci ha lasciato un artista senza tempo, capace di spaziare negli stili più vari dell’arte

L’ho conosciuto a Poggio dei Pini, Primo Pantoli. Ho avuto il privilegio di averlo pressochè vicino di casa.

Condividemmo presto l’idea del territorio in cui vivevamo, un luogo ancora incontaminato allora, nel quale i nostri padri avevano investito in qualità di vita. Così ci incontrammo per combattere insieme battaglie contro chi quel territorio voleva contaminarlo, snaturarlo. Fu così che conobbi l’artista, invitata in quel suo immenso laboratorio che era la sua casa, piena di opere pittoriche e scultoree, che occupavano un po’ tutti gli spazi, anche il giardino. Suo atelier e laboratorio, buen retiro. Il suo estro era un po’ folle, estemporaneo, vario, a tratti maniacale. Ci metteva tutto se stesso, dentro.

La sua immagine passionale della donna, ammaliatrice e dominante, demoniaca. La sua folle aspirazione ad un paesaggio intricato, pieno di colori tutti suoi, irreale. Primo era così, un uomo affascinante ed invasivo, demiurgico. Non era quasi possibile contraddirlo, come accade ai veri artisti e lui oggi sarà riconosciuto come il più grande artista della Sardegna, post mortem. Sì, perchè a chi ha avuto un forte coraggio come lui la contemporaneità non restituisce tutto il valore, nonostante i mille ricoscimenti ricevuti, le centinaia di mostre, la popolarità largamente distribuita. Non era sardo, era di Cesena, e spesso questa non identità autoctona gli pesava e gliela facevano pesare. Dal ’57 si era trasferito in Sardegna, dopo gli studi, per restarci sempre. La sua vocazione era l’insegnamento, tutto speso al Liceo artistico di Cagliari, nella vocazione di trasmettere il demone che lo ispirava. “L’arte per Pantoli è uno stato di necessità, una maniera irrinunciabile di sorridere e di piangere, di cercare di capire (e quasi mai capire), il mondo . L’arte diviene malessere e gioia; diviene onestà straordinaria, perché Pantoli è coltissimo e viaggia attraverso molteplici e solidi punti di riferimento, ma anche umiltà nel sapersi spogliare di tutta la cultura, irridendo tanto al proprio ideale partito preso quanto a sé stesso, all’arte medesima, forse così poco importante per la Vita, ma così tanto importante per le vite degli uomini che hanno il coraggio di cercare in essa consolazione, compagnia, dialogo, riscatto. E salvezza.

E quasi mai senza la terribile presenza di un infinito senso di solitudine, incomunicabilità, malinconia…che rende Pantoli tanto diverso dalla tradizione sarda”, scrive di lui ben a proposito Giovanni Cara. E’ vero, fu straniero in patria o forse esule volontario.Le sue opere nel campo della pittura, scultura, xilografia, acquaforte etc, sperimentano i più vari materiali, si cimentano oltre il conoscibile. Quando andavo a casa sua, mi mostrava le ultime creazioni col cemento, una delle ultime sue passioni materiche. Crocifissi senza volto e senza posa, abbattuti, col capo chino. Un uomo che si lanciava nel vuoto, che era un suo amico suicida. Sculture quasi abozzate, per la paura, forse, di finirle, di mostrarle a tutto tondo. Ricordo che gli chiesi quando decideva che un’opera fosse terminata, dato che sembravano tutte abbozzate. Rispose con la presunzione dell’artista: “Quando non mi parlano più”.

Un giorno decise di scrivere delle favole per la figlia Eleonora. Mi telefonò perchè lo aiutassi, gli controllassi le bozze. Ricordo quando presi in mano i disegni che accompagnavano i racconti: sarebbero bastati ad esprimere i sentimenti che la scrittura cercava di narrare. Qualsiasi mio suggerimento era inutile, perchè a spiegare bastavano le immagini colorate per la sua bambina. Ricordo che lo invidiai per la capacità di esprimere i sentimenti ai figli attraverso dei semplici disegni. Lo incontravo spesso a Maddalena spiaggia, quando camminava sulla riva per far muovere le gambe che già sentiva un po’ rigide. Quante stupende chiacchierate. E sempre gli ricordavo della sua scultura per me più bella: la ballerina con le autoreggenti rosa, come la chiamavo. Per me era la sua scultura più bella e lui, da buon narciso, se ne compiaceva quando glielo dicevo. Ciao, Primo, amico di ideali, di sogni e di concretezza.


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