Platero y Yo, una fiaba surreale al tramonto del teatro di Nora

Domenica 24 luglio a Nora, ore 20. 

Una fiaba surreale al tramonto per il XXXIV Festival La Notte dei Poeti firmato CeDAC: DOMANI (domenica 24 luglio) alle 20 al Teatro Romano di Noradebutterà in prima nazionale “Platero y Yo” di e con Ugo Dighero e Christian Lavernier – dall’omonimo poemetto in prosa del poeta spagnolo (Premio Nobel) Juan Ramón Jiménez – sulle note di Mario Castelnuovo-Tedesco ispirate al piccolo gioiello letterario. Il racconto lirico e sognante del viaggio attraverso l’Andalusia compiuto da un pastore in compagnia del suo asinello rappresenta simbolicamente il desiderio di riappacificazione con la natura , e l’apparente semplicità e solarità della storia di un’amicizia, che incanta grandi e piccini, sottende ai turbamenti e le segrete inquietudini dell’autore che anela ad una nuova età dell’innocenza.

Per informazioni: [email protected] – tel. 345 4894565 – www.lanottedeipoeti.it

 

L’incantevole storia di un’amicizia “speciale” rivive in “Platero y Yo” – originale mise en scène dell’omonimo poemetto in prosa composto – nello spazio di nove anni – dal poeta spagnolo Juan Ramón Jiménez (Premio Nobel per la Letteratura nel 1956), in cartellone DOMANI (domenica 24 luglio) alle 20 alTeatro Romano di Nora per il XXXIV Festival La Notte dei Poeti organizzato dal CeDAC. Sul palcoscenico sospeso tra cielo e mare l’istrionico Ugo Dighero (tra i fondatori dello storico gruppo comico dei Broncovitz insieme a Maurizio Crozza, già in tournée nei teatri dell’Isola con l’“Apocalisse”, dai racconti di Niccolò Ammaniti ) che darà voce al dialogo immaginario del protagonista, un pastore (alter ego dell’autore) con l’asinello Platero, suo compagno di viaggio tra i paesaggi dell’Andalusia, sulle note della chitarra di Christian Lavernier – che interpreterà le musiche di Mario Castelnuovo-Tedesco, nate appunto su ispirazione di alcuni capitoli dell’opera di Jiménez.

Tra sogno e realtà i due amici vivono le loro piccole avventure, ammirando le meraviglie della natura, lasciandosi sorprendere – grazie allo sguardo ancora limpido e infantile di Platero – dal fulgore di un tramonto o daall’aerea danza delle farfalle, in una narrazione di straordinaria semplicità ed efficacia, chiave del successo internazionale del poema, che si presta ad una duplice lettura – quella più immediata che attrae e diverte i bambini e quella più trasversale e adulta, che decodifica i simboli e svela le segrete inquietudini del poeta e il suo desiderio di immergersi nella quiete di un mondo bucolico. Un intrigante e raffinato gioco di intrecci e rimandi tra parole e note – musica e poesia – si traduce in uno spettacolo emozionante e coinvolgente, capace di ammaliare grandi e piccini conducendo questi ultimi alla scoperta di esotici scenari e insieme di mutevoli stati d’animo, sentimenti e comportamenti di uomini e animali, e suggerendo tra le righe – ai più grandi – l’eco a tratti malinconica dei pensieri dell’autore.

Un delizioso affresco del mondo agropastorale – visto con gli occhi ingenui di un asinello per una fiaba surreale e filosofica, ricca di sottile umorismo, in cui i singoli episodi attinti alla quotidianità assumono una luce particolarmente vivida, con tutta la freschezza e la felicità di chi intuisce per la prima volta l’immensa bellezza e la varietà dell’universo, senza il disinganno e l’amara consapevolezza degli anni della maturità. Ritorno all’età dell’innocenza – e dei giochi, alla visione incantata in cui esseri viventi, alberi e rocce, elementi atmosferici si dispongono come in un quadro animato e ogni nuova apparizione è un’epifania di forme, colori e suoni: “Platero y Yo” – sotto l’influenza di Rubén Darío e dai simbolisti francesi – lascia spazio alla fantasia e al mistero, in una trama lieve e sorprendente come i sogni di un bambino.

Un lirico divertissement – una performance inedita impreziosita dalla meraviglia del sole al tramonto e dalla voce del mare – per la nuova versione teatrale del poemetto in prosa di Juan Ramón Jiménez, inserita non casualmente nel programma della storica kermesse nata tra le antiche pietre della città fenico-punica e poi romana di Nora, su un’Isola come la Sardegna in cui resiste ancora nel paesaggio e nella memoria e nell’identità il segno forte del rapporto uomo natura.

Il pastore/ poeta si identifica nel suo compagno a quattro zampe, in quell’intima comunione di anime che si realizza talvolta inspiegabilmente, e innegabilmente tra esseri diversissimi ma aperti alla reciproca comprensione: «Noi ci capiamo bene. Io lo lascio andare dove vuole e lui mi porta sempre dove voglio». Una metafora del viaggio come percorso interiore, alla ricerca di sé e di una ritrovata serenità, nella vita per molti versi travagliata del poeta – per motivi di salute ma anche per la tragica stagione politica dell’Europa della prima metà del Novecento, in particolare dopo l’inizio della guerra civile spagnola. L’autore ricerca l’anelata serenità nei luoghi dell’infanzia e della giovinezza, per le strade di Moguer, e nell’anima gemella di Platero – il quale «E’ così uguale a me che son arrivato a credere che sogni i miei stessi sogni», pur tra inequivocabili presagi della fine, che giungerà puntuale per l’amico a quattro zampe, accolta con la consueta tranquillità dall’animale, e quasi con grazia. Quando un vento gelido e strano annuncia l’avvenuta partenza di Platero alla volta di un altro, sereno luogo – il poeta ritrova il suo personale equilibrio, e arriva a comprendere il senso della vita nella sua interezza, tra tristezza e allegria, fino ad abbracciare l’idea della morte: «Amico Platero ! – gli dissi verso la terra – se, come penso, adesso sei in un prato del cielo e porti sul tuo dorso peloso gli angeli adolescenti, mi hai, forse, dimenticato ? Dimmi, Platero, ti ricordi ancora di me ? E come rispondesse alla mia domanda, una leggera farfalla bianca, che prima non avevo visto, volava con insistenza, come un’anima, da giglio a giglio…»


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