“Messe all’angolo perché neo mamme”. Le tante storie di donne sarde costrette a rinunciare al lavoro

Contratti stracciati dopo aver partorito, soldi per la maternità non versati, e l’immancabile frase: “Scegli, o lavori o fai la mamma”. Il caso della 35enne di Nuoro, raccontato da Cagliari Online, fa emergere, tra i commenti all’articolo, situazioni molto simili

“Era proprio necessario farsi un figlio?”. Questa la frase detta dalla referente del personale di un’azienda di Nuoro, in risposta alla sindacalista della Filcams Cgil, Domenica Muravera, intervenuta per cercare di “raddrizzare” la situazione di una neo mamma 35enne. La donna “sceglie” di abbandonare il lavoro dopo che l’azienda si rifiuta di farle fare l’orario continuato per poter andare a prendere il suo bimbo di 15 anni all’asilo nido. Più che la decisione, è la frase, pronunciata da un’addetta dell’attività commerciale, che porta a un oceano di critiche tra i commenti all’articolo. Non solo: ci sono anche altre mamme che, seppur con la brevità tipica di chi digita un commento su Facebook, raccontano storie tanto assurde, nel 2017, quanto simili. Ecco la carrellata delle loro testimonianze.
“Squallidi! Simile la risposta che ebbi io 27 anni fa quando ė nata mia figlia…ma la titolare dove lavoravo la mollai con una raccomandata…mi aspettava ma invano”, scrive Tiziana Murru. C’è poi Rita Barbara Contini. “Purtroppo nel privato è così …. quando presentai il certificato medico di gravidanza a rischio al mio ex datore di lavoro, mi rispose: ‘Perché? Devi tenere il bambino?’ Non solo, ad un anno dal parto non mi aveva dato nemmeno centesimo di maternità, ho dovuto denunciarlo all’ispettorato del lavoro (occorrono due testimoni, che il mio datore ha poi licenziato, ha pagato una penale di 10000 euro) ma ha continuato a trattare le sue dipendenti come stracci …. fortunatamente sono riuscita a laurearmi e ora lavoro nel pubblico”. Breve ma fin troppo chiaro il commento di Francy Lisieri: “Maledetti….come capisco questa ragazza…Io invece sfruttata sino all’ultimo giorno per poi avere un calcio nel …..dopo un mese dal parto….”. Differenze immense tra un’azienda gestita da italiani e una gestita da stranieri, questo emerge dal commento di Marina Piras. “Comunque solo nelle aziende italiane succede questo…..io lavoro in un’azienda non italiana con degli ottimi colleghi e non succede tutto ciò,  ti agevolano sia i colleghi che il responsabile …..in passato ho avuto modo con altre aziende e responsabili veramente str****….ho avuto delle difficoltà con mia figlia e la risposta è stata ‘Non è un problema dell’azienda se hai figli’……era lei str**** e l’azienda dove credeva di vincere miliardi con il suo comportamento”
Storia choc quella di Paola Gerra. “A me hanno licenziato perché ho avuto un aborto e mi è stato detto che avrei potuto rifarlo”. Nives De Montis invita a verificare la possibilità di una denuncia. “Forse sono passibili di denuncia … a me è capitato che un direttore di servizio, alla mia richiesta di un’ulteriore settimana di ferie, da utilizzare al rientro del periodo di maternità, mi avesse risposto “Era in ferie per 5 mesi …”. Erano presenti i rappresentanti aziendali, erano usciti precipitosamente dalla stanza …credo che l’avrei potuto denunciare”. C’è poi anche Silvia Nieddu. “Successe a me 25 anni fa. E giuro che quei soldi mi avrebbero fatto comodo anche adesso. In Italia non esistono stessi diritti per tutti i lavoratori. Se la signora fosse stata dipendente statale o parastatale a quest’ora era ancora a casa dopo 15 mesi”. Chiude il cerchio, a quanto pare momentaneo, delle storie assurde di donne costrette a scegliere tra il lavoro e un figlio Doriana Camboni. “Questa notizia non mi sorprende…da 25 anni fa, mi è sempre stata detta la frase ‘Scegli: o lavori o fai la mamma’”.

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