“Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria predica bene ma razzola molto male. Ha trasferito una detenuta madre di 4 figli (una bimba addirittura di 1 anno e 2 mesi) trascurando non solo la territorialità della pena ma il diritto dei minori a mantenere un costante rapporto con la famiglia. A.C., 31 anni, rumena, lo scorso 4 settembre, è stata trasferita da Roma-Rebibbia a Cagliari-Uta perché il carcere romano è sovraffollato. Peccato che questa giovane donna ha 2 bambini di 14 e 9 anni e due bambine di 5 e 1 anno e due mesi che non può né vedere in videochiamata né sentire al telefono. Una situazione inaccettabile che aggrava, con un distacco traumatico, la pena inflitta alla donna di 2 anni e 2 mesi”. Lo rivela Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme” che, insieme alla socia Rita Corda, ha appreso della condizione di prostrazione della giovane donna durante un colloquio.
“Il DAP – sottolinea – sembra dimenticare di dover gestire sempre con umanità la vita delle persone detenute avendo riguardo anche dei loro figli, soprattutto quando sono minori. La relazione con la madre è un legame primario che fonda l’identità dei piccoli. Un allontanamento così traumatico ne può pregiudicare lo sviluppo psicologico. Nel caso della bimba di appena un anno e 2 mesi non si può dimenticare che il legame biologico che si sviluppa durante la gravidanza non si cancella senza determinare delle conseguenze per entrambe, mamma e bambina. In un caso come questo, nonostante l’attenzione delle Agenti Penitenziarie, delle Funzionarie dell’Area Educativa e del Mediatore Culturale di Cagliari-Uta per alleviare il profondo disagio di questa donna, la situazione si configura come una violazione dei diritti e una vera e propria tortura”.
“A.C. che con una condanna a poco più di due anni si vede privata dei suoi beni più preziosi, pensa continuamente ai figli, peraltro affidati a diverse Case Famiglia nell’hinterland di Roma. IL DAP non può trascurare questa situazione. Deve – conclude la presidente di SDR – intervenire immediatamente per rimediare a un provvedimento crudele. Si tratta quindi di riportare la giovane donna dove si trovava prima del trasferimento. Ciò le permetterebbe di ricevere costantemente notizie dei figli, effettuare i colloqui e, non appena conclusa la pena, tornare al lavoro faticosamente trovato. Un’azione di giustizia e umanità da parte del DAP sarebbe davvero molto apprezzata”.











