Meno di un figlio per donna in Sardegna: la media statistica cristallizza una triste realtà. La Sardegna si conferma tra le aree più colpite dal calo delle nascite, con un tasso di fecondità stabilmente sotto l’unità. Un dato che, secondo la Cisl sarda, va ben oltre la dimensione demografica e chiama in causa lavoro, redditi e qualità dei servizi.
“In Sardegna la denatalità non è un semplice dato statistico, ma una questione concreta che riguarda il futuro della comunità, dei territori e del lavoro”, afferma il segretario generale Pier Luigi Ledda commentando gli ultimi dati Istat.
Il quadro europeo e nazionale mostra una tendenza già critica: nel 2024 nell’Unione europea sono nati 3,55 milioni di bambini, con un tasso di fecondità pari a 1,34 figli per donna, mentre in Italia nel 2025 le nascite si attestano intorno a quota 355mila, con un indice di 1,14. Numeri ancora più bassi nell’Isola: nel 2024 il tasso di fecondità è fermo a 0,91, il più basso del Paese, e nei primi mesi del 2025 la stima scende ulteriormente a circa 0,86. A questo si aggiungono i dati assoluti: nel 2023 i nati in Sardegna sono stati 7.242, un livello che incide direttamente sulle prospettive demografiche ed economiche.
“Non siamo di fronte a una generazione che non vuole costruire una famiglia, ma a una generazione che troppo spesso non trova le condizioni per farlo”, sottolinea Ledda, indicando tra le cause precarietà lavorativa, salari bassi, difficoltà di accesso alla casa e servizi ancora insufficienti.
Il nodo occupazionale, in particolare, resta centrale: in Italia il divario di genere nel lavoro è il più alto dell’Unione europea, pari a 19,4 punti percentuali, mentre tra le donne tra i 25 e i 49 anni il tasso di occupazione di chi ha figli piccoli si ferma al 58,3%, contro il 77,4% di chi non ne ha.
Un quadro che si intreccia con lo spopolamento, soprattutto nelle aree interne. “Meno nascite significano meno scuole, meno servizi, meno lavoro e meno comunità”, evidenzia il segretario.
Per la Cisl Sardegna non bastano misure occasionali: bonus e incentivi possono aiutare, ma serve una strategia strutturale. Il sindacato propone un patto regionale per lo sviluppo, il lavoro e la formazione, che integri politiche per la famiglia, la natalità e la coesione territoriale, coinvolgendo istituzioni, enti locali e sistema produttivo.
Tra le priorità indicate: aumento dell’occupazione femminile, potenziamento dei servizi per l’infanzia, sostegno all’autonomia dei giovani, politiche abitative accessibili e valorizzazione dei territori. “La denatalità non si affronta con slogan – conclude Ledda – ma ricostruendo fiducia nel lavoro e nel futuro: la natalità non si incentiva, si rende possibile”.
Il quadro europeo e nazionale mostra una tendenza già critica: nel 2024 nell’Unione europea sono nati 3,55 milioni di bambini, con un tasso di fecondità pari a 1,34 figli per donna, mentre in Italia nel 2025 le nascite si attestano intorno a quota 355mila, con un indice di 1,14. Numeri ancora più bassi nell’Isola: nel 2024 il tasso di fecondità è fermo a 0,91, il più basso del Paese, e nei primi mesi del 2025 la stima scende ulteriormente a circa 0,86. A questo si aggiungono i dati assoluti: nel 2023 i nati in Sardegna sono stati 7.242, un livello che incide direttamente sulle prospettive demografiche ed economiche.
“Non siamo di fronte a una generazione che non vuole costruire una famiglia, ma a una generazione che troppo spesso non trova le condizioni per farlo”, sottolinea Ledda, indicando tra le cause precarietà lavorativa, salari bassi, difficoltà di accesso alla casa e servizi ancora insufficienti.
Il nodo occupazionale, in particolare, resta centrale: in Italia il divario di genere nel lavoro è il più alto dell’Unione europea, pari a 19,4 punti percentuali, mentre tra le donne tra i 25 e i 49 anni il tasso di occupazione di chi ha figli piccoli si ferma al 58,3%, contro il 77,4% di chi non ne ha.
Un quadro che si intreccia con lo spopolamento, soprattutto nelle aree interne. “Meno nascite significano meno scuole, meno servizi, meno lavoro e meno comunità”, evidenzia il segretario.
Per la Cisl Sardegna non bastano misure occasionali: bonus e incentivi possono aiutare, ma serve una strategia strutturale. Il sindacato propone un patto regionale per lo sviluppo, il lavoro e la formazione, che integri politiche per la famiglia, la natalità e la coesione territoriale, coinvolgendo istituzioni, enti locali e sistema produttivo.
Tra le priorità indicate: aumento dell’occupazione femminile, potenziamento dei servizi per l’infanzia, sostegno all’autonomia dei giovani, politiche abitative accessibili e valorizzazione dei territori. “La denatalità non si affronta con slogan – conclude Ledda – ma ricostruendo fiducia nel lavoro e nel futuro: la natalità non si incentiva, si rende possibile”.













