Il cavallo morto alla Sartiglia accende il dibattito nazionale: “Ancora nel 2026, continuiamo a chiamare “tradizione” ciò che per gli animali è sfruttamento”.
Enrico Rizzi interviene sulla questione: “Un cavallo è crollato a terra ed è morto prima ancora che iniziasse la corsa. Un infarto, dicono, leggiamo il dolore dei proprietari, le lacrime, la disperazione, ma di quel dolore il cavallo non se ne fa più nulla. Amare un animale non significa piangerlo quando muore. Amarlo significa non metterlo in condizioni che possa morire. Un cavallo non nasce per stare in mezzo alla folla, tra rumori, stress, asfalto, tensione e caos. Non nasce per le feste di paese. Non nasce per il nostro divertimento.
Nasce per correre libero è vivere secondo la sua natura”.
Rizzi prosegue: “Potete fare tutti i controlli veterinari che volete, potete parlare di fatalità ma finché userete gli animali come strumenti per lo spettacolo queste morti avranno sempre un responsabile: l’uomo.
Il rispetto per gli animali non si dimostra con le lacrime.
Le vostre tradizioni continuano a uccidere.
Lui è morto.
Il vostro indegno folklore è ancora vivo.
Questa è la vostra vergogna”.













