Cagliari, quando la cura diventa umanità: il racconto di una giovane donna operata al Brotzu, che ha trovato sollievo alla sofferenza fisica grazie alla premura dei sanitari. “Una presenza, un sorriso, una parola capace di alleggerire anche le giornate più difficili”: con queste parole Veronica Lorrai, 39 anni, racconta la sua storia. Spesso al centro della cronaca per le gravi difficoltà, la sanità sarda non si arrende grazie a chi corre nelle corsie degli ospedali per salvare le vite umane. Sotto organico cronico, tanto lavoro da affrontare non impedisce di occuparsi di ogni paziente con dedizione e professionalità, gestendo le preoccupazioni e le paure con tanta umanità. “Grazie a loro, non mi sono mai sentita sola”. Lorrai da circa due anni convive con una patologia autoimmune, “un percorso complesso, fatto di paure e fragilità, che ho potuto affrontare grazie al sostegno del reparto di Neurologia dell’Ospedale Brotzu di Cagliari, diventato per me non solo un luogo di cura, ma anche di profonda umanità.
Il giorno 13 ho affrontato un intervento al midollo spinale, uno dei momenti più delicati della mia vita. In quelle ore cariche di timore, ho trovato accanto a me la grande professionalità e sensibilità della Dott.ssa Laura Aste e del Dott. Nicola Desogus, che con competenza e attenzione mi hanno fatto sentire al sicuro, accolta e compresa.
Il mio percorso è poi proseguito sotto la guida del primario, il Dott. Giovanni Cossu, e della Dott.ssa Marzia Forza, punti di riferimento fondamentali. A loro si affianca il lavoro prezioso di tutti gli altri medici del reparto, che ogni giorno contribuiscono con impegno e dedizione alla cura dei pazienti”.
Una testimonianza per spezzare una lancia a favore di una sanità che resiste, senza nessuno escluso: “Un pensiero speciale va a tutti gli infermieri e agli OSS, che ogni giorno, con dedizione e gentilezza, offrono qualcosa che va oltre la cura. Una presenza, un sorriso, una parola capace di alleggerire anche le giornate più difficili. In ospedale si entra con la paura, ma a volte si esce con qualcosa di più: la consapevolezza che esistono ancora persone capaci di fare la differenza nella vita degli altri.
Porterò sempre con me ciò che mi è stato donato: non solo cure, ma umanità, dignità e speranza”.











