Violenza, droga, voglia di apparire e di sopraffazione: giocano con il pericolo imitano i “cattivi” della tv, trasformano le piazze in ring. Coltelli in tasca, la legge per loro è solo un motivo da scansare, da non seguire. La loro età? Adolescenti in crescita, che anziché impegnarsi a scuola mettono a segno il degrado sociale che ha colpito Cagliari e hinterland per mesi interi.
Niente è perduto: i genitori hanno un ruolo fondamentale.
Luca Pisano, psicologo psicoterapeuta. Direttore del Master in Criminologia IFOS e Osservatorio Cybercrime Sardegna: “I colpi non servono, la violenza genera altra violenza.
Accanto alle necessarie sanzioni, è fondamentale costruire relazioni educative solide, capaci di far sentire i ragazzi visti, ascoltati e responsabilizzati”.
“Oltre all’ascolto, al dialogo servono anche le sanzioni penali che possono diventare, all’interno della Giustizia Riparativa, un’occasione per rilanciare i processi educativi che si sono interrotti. Ma è anche evidente che le baby gang si strutturano in contesti di fragilità psicologica ed educativa, dispersione scolastica, marginalità socio-economica. Servono interventi strutturali per sostenere i nuclei familiari a rischio”.
Che cosa fare?
“Dobbiamo sostenere l’attività delle forze dell’Ordine, spiegando ai ragazzini, a scuola e soprattutto in famiglia, che il falso Sé criminale non è mai un modo per risolvere i problemi individuali, familiari e sociali. È poi necessario non lasciare la scuola da sola. Bisogna rafforzare e/o avviare l’operativa di strada, soprattutto (ma non solo) a Cagliari, Quartu, Selargius, Monserrato per raggiungere nel territorio i ragazzi in dispersione scolastica (abbandono, ritiri prematuri, irregolarità nella frequenza, assenteismo, ripetenze e frequenza passiva). Bisogna poi lavorare con i bambini delle scuole elementari e i ragazzi delle scuole medie per prevenire i comportamenti a rischio e promuovere la salute. A Quartu S. Elena, ad esempio, l’amministrazione comunale ha finanziato numerosi progetti di prevenzione, tra cui Esco ma Penso (che è anche un podcast) per fare riflettere ragazzini/e, genitori e docenti sull’urgenza di seguire modelli di identificazione positiva”.
Consigli pratici per i genitori?
“Nel podcast Esco ma Penso segnalo l’importanza di parlare con i figli, mantenere un solido legame affettivo, informarsi sulle attività svolte anche con gli amici, chiedere aiuto ai servizi socio-sanitari quando la situazione diventa ingestibile. In molti casi serve un esperto che guidi la famiglia a gestire l’emergenza educativa. Anche perché alcuni dei ragazzi coinvolti nelle baby gang hanno importanti problematiche psicologiche e familiari che richiedono un intervento specialistico”.










